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    De.licio.us

    di nodirection (22/11/2009 - 11:40)

    la fottuta, brutale verità, e non collette e telegrammi con cui si liquidano i funerali allo stesso modo dei compleanni; e far l'amore con la donna ispida, con le gambe di cactus, al posto delle costruzioni della delusione, delle deboli tracce della sollecitazione, difficili come l'alfabeto dei Maya. E mi vedo affondare nella sodaglia mentre cerco di divincolarmi come su una gruccia, un po' stropicciato, con la forfora nei capelli, cercando di immaginare il ponte. Ogni volta è una nuova autoscopia; perchè i ricordi sono la realtà, mordono come pulci, e tu sei l'esperienza al di fuori di essi. E come sono vivo se mi vedo con le scarpe impolverate, affondate nella ghiaia bianca come le braccia della bambina di Saigon; toccato dal vento, nel mezzo agli ombrelloni della libertà, a strisce azzurre e bianche, volati al di là del muro; al ritmo del charleston, con in mano la rosa dei venti, ascoltando novelle africane. Condensato nella trama delle superfici urbane, vittima dell'angolo acuto dell'osservazione, infiammato, ferito dalla lucentezza della lacca nei capelli; sensibile come quando non avevi ancora conosciuto nessuno, come quando sei stato abbandonato da qualcuno. L'unico che sa chi sono sei tu, che guardi da sopra al letto, con la testa pesante, il sonno greve di papà; che lo tiri per la mano rattrappita e dura provocandoti dolore; e tu, che leggi la fierezza tacita di mamma sul suo bel viso, ad un commento semplice sulla sua buona cucina. Sono di nuovo a questo tavolo, con le stesse ed altre persone. Non so se ho già preso l'aereo per Praga o devo ancora partire. Il venditore di rose canine è caldo dietro la mia schiena, ogni volta con una faccia più scura. Ci ubriachiamo e ci infradiciamo degli altri, non diversamente da uno qualunque degli oggetti permeabili, come un mucchio di fieno ridotto a strame al tavolo di un ristorante. Sciolgo un uovo nell'acqua e te ne cospargo il corpo: ché questo sia il giorno della tua rinascita, oltre l'impostura del riconoscimento di ciò che incessantemente cambia sotto un nome, dietro ad una direzione, eliso nella simpatia degli altri human beans. E quanta perfezione c'è nelle uova di Mozart in fila fra i cristalli di Boemia, mentre cammino stordito dalle fotografie in sequenza, annebbiate dal fumo del vino caldo che sa di cannella, alla ricerca di un bottiglia di Slivovice o Becerovka. I senza tetto ci osservano, confusi fre la folla di piazza dell'orologio; aspettano che gettiamo gli avanzi del nostro pranzo frugale. Il giullare sui trampoli fa roteare i birilli in aria, nella luce intricata dei palazzi illuminati. Ha una bella bocca, sbavata di rosso fin quasi alla punta delle orecchie. Il jazzista di strada suona uno strano strumento di legno a percussione: ci picchietta e ci struscia le dita, protette da dei ditali di metallo; meno silenzioso di mia nonna quando cuciva, ma dolce e sconfitto allo stesso modo. Dev'essere comoda e calda la sua mascella sotto la barba folta. Sua nipote tiene la cesta delle offerte, ha il viso sbattuto e lo sguardo assente su una testa bianca che sbuca sopra ad una tutina rosa un po' stretta e consumata. Lei ha i miei stessi sogni ma ancora non sa di averli. Fa freddo; ognuno di noi riesce a conservare delle piccole sacche di tepore, da qualche parte, sul corpo, sotto i vestiti. E' difficile condividerle con gli altri. Il resto parla nelle orecchie, come ti conoscesse da sempre, e tu non sai riconoscerne neppure una parola. Ma quando tutto è distorto è più facile percepirne le differenze: non si è distratti dalla complicazione appuntita delle cose;  riesco a vedere attraverso la mia e la tua carne vizza con l'empatia con cui si guarda dentro se stessi, traboccando negli occhi liquidi di San Francesco in estasi; rivolto al cielo come lo sguardo di Sonny Linston al tappeto. Ogni nuovo momento, ogni singolo appuntamento e le esperienze che facciamo sono pavimento che crolla, ed il non raggiungere mai il fondo è un po' come guardare la terra agganciati ad un'orbita, in continua rivoluzione, frustati sulle spalle dal flagello massiccio del soldato nella flagellazione del Tintoretto o catapultati nella pace pingue degli dei dell'Olimpo di Rubens; o carponi, come la vittoria che incorona l'aquila reale, un po' titubante, coi calcagni sulle ginocchia sporche del turco. Cammino in queste sale lucide con lo stesso spirito con cui mi arrampicavo sui sentieri nel bosco, fra le foglie dell'erica e del ginepro rosso, come se a incombere fosse sempre la passività divenuta attiva del poter rotolare; e buco l'aria allo stesso modo in cui respiro, con Geremia che dal basso punta il dito in mezzo a coloro che sciolgono l'innocenza dai capelli come fosse un nastro bianco, recitando sempre la solita noiosa pantomima. E non riesco ad entrare nei disegni dei bambini di Terezin, nelle loro teche di vetro. Sono come foreste che vedi dalla strada o da un aereo sul fondo della vallata. Non è come quando ci siamo persi nel bosco e sarebbe stato bello anche essere sbranati dall'orso. Proprio come scriveva Thoreau: possiamo succhiare l'essenza della nostra vita solo quando abbiamo raso al suolo tutto il resto, quando si fa buio e non ce la fai ad orientarti. In quel momento, sotto la croce, mi sono accorto che avrei saputo proteggerti e rassicurarti non perchè eri tu, ma perché ti eri convertita ad essere viva come me sotto la luna piena. Quei bimbi sono ormai morti, in pace come la testa pelata ed il torace emaciato del Mahatma Gandhi in quella foto in bianco e nero che mi affascina tanto; impenetrabili come le enormi lapidi del cimitero ebraico, ammassate le une sull'altre, che li proteggono. Ci sei tu qui accanto. A breve dovrò rientrare a lavoro. Abbiamo prenotato solo per qualche giorno. Ogni sera saliamo in groppa all'albatros che ci aspetta sulla riva della Moldova e continuiamo a litigare sugli sguardi lanciati ad ogni ragazza bionda come Alice nel paese delle meraviglie che mi faccia innamorare. E' facile invaghirsi della giovinezza, anche se non ha faccia e personalità. Questa è la normalità. Adesso sono vicino ad un nuovo io. Potrei facilmente rientrare in una delle tante e ed accurate statistiche sulla popolazione di Framingham, nel Massachusetts. Ma a volte mi punge forte: rimpiango fino a struggermi quella indefinita sensazione d'assenza che fa avvertire meglio la mancanza di se stessi. Se avessi la possibilità di scegliere un'altra vita sarebbe comunque bello poterti mettere in valigia. Vorrei che vedessi che questo lo dico col sorriso.

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    di nodirection (10/10/2009 - 15:39)

    c'è tanta gente alle nozze di Cana, ma tutti si interessano solo a chi trasforma l'acqua in vino e sta già fuori dalla bolla. Ed invece un delfino è in ogni poesia, come in ogni mare. Non si dovrebbero gettare reti in acqua. La faccia dell'uomo è pensierosa, senza misteri, e con tanti denti di fronte al miracolo; seppellirà tutto nel sangue e non ci saranno più pianure sconfinate dove non avvertire mai la sensazione di essersi persi poiché non si sono potute imboccare strade sbagliate. Quanti uomini per le vie affollate come di spighe di grano, con la schiena affrancata dai campi che non hanno bocca, dalla terra antica che conserva idee nelle caverne come ricordi inconfessati. Le loro facce, piccole come chicchi d'orzo, abitudini ad una quantità di dolore, sono protette dalle frottole d'aria che gli escono dalla bocca, dalle montature precise e fragili degli occhiali, dalle mani ancor più piccole, così tutte simili ed avide sulla diversità dei genitali altrui. E' così strano e contorto passarsi accanto e che ogni emozione ruoti intorno e converga alla linea ed al cerchio. E come abbia potuto abbandonare ogni autostoppista al margine della strada, mentre avrei voluto prenderlo a bordo. Sento la paura che ci alita nel petto, la stessa che mi saliva alla gola quando ti baciavo e carezzavo di lato la tua testa bionda e liscia, gonfia di tanto cervello, prima nell'orto dei limoni, poi sotto la statua del sommo poeta, sempre così accigliato. Per quanto fosse dolce, ho sempre provato desiderio e repulsione per ciò che nasce nella deformità; e soffro del fatto che gli occhi non si possano toccare là dove luccicano e spumano come la chiocciola che si ritira nella conchiglia. Conosciamo l'introspezione solo verso l'esterno, nel disporre i fatti e le persone sui mobili come maioliche affinché ciò che esiste e noi stessi siamo compatibili non solo all'esistenza ma anche all'immagine che ce ne siamo fatti. Ma niente si può dedurre da questi isomeri, se non le copie invidiate delle rappresentazioni di un unico canovaccio. L'ossessione è spargere ovunque questi idoli mummificati come candele, tutti con la nostra stessa faccia. E la vorresti poter lasciare impressa nella carne e stamparla sui libri, firmata nei quadri come la pisciata del cane sul prossimo albero, sulla prossima inferriata. Ed eccolo là il tuo sosia che ti viene incontro, per le vie del centro, appena fuori dalla porta di casa, dietro ogni angolo, malato di fregolismo proprio come te. La tua bocca può cambiare accento ed i tuoi occhi espressione. Soprattutto puoi scopare di più, scopare negli altri ogni altro te stesso. E scavare, scavare, scavare ancora. Appuntare la matita. Ma non hai mai niente in più; non sai mai niente di più. Esistono reazioni ma non colori. Tutto fa parte del sistema; non c'è cosa in sé. Ed ogni forma di coscienza ed esistenza è solo uno degli infiniti microsistemi, dei tanti freni tesi come molle. Se ci pensi, il secondo principio della termodinamica lo puoi applicare a tutto: ai corpi in decomposizione, alle società, agli artefatti, alle famiglie che si disgregano, ai figli che se ne vanno, all'ubi sunt dei popoli antichi, alle lingue e a tutto il resto. Ed ogni mano che stringo ed ogni cosa che vedo o provo è un argine provvisorio di fronte all'aumento dell'entropia, prima di nuovi argini. Ogni cuore è destinato ad essere infranto. Specialmente quelli pieni di speranza, affaccendati ed impegnati dietro ad ogni cosa su cui sperimentare un'inconscia, inattuabile sottomissione. Come quelli di queste ragazze accampate nel cortile dell'università, fra le buste dell'Ikea ed i palloncini colorati. I loro polsi stretti lasciano trasparire deboli vene di colore opaco,  la pelle di un lombrico. Disquisiscono senza senso su ciò che non conoscono, di Gaza e della Palestina, appoggiate alle cassette della frutta "orchidea". La più carina ha portato una chitarra sulla cui cassa ha scritto la parola "ribellione" con un pennarello rosso. E' una specie di contrappasso l'illusione di fermare il tempo e la storia, non diverso dalla casualità della distribuzione delle molecole sul tuo bel viso. Non c'è nulla in quella parola. Avete portato troppe cose. Vi siete vestiti. Di qui a qualche giorno ve ne andrete. Nel frattempo, con qualcuno di questi ragazzi, fra una parola e l'altra, vi stuzzicherete i genitali e sarete già scesi a compromessi. Lo striscione si sta già inclinando. I gabbiani sono in cerchio sulla vostra orda di schiavi, come sui letti degli ospedali, come sui gladiatori nell'arena. Presto qualcuno o qualcosa morirà insieme ad ogni labile pensiero e non resterà nulla di un'idea. Ribellione è un po' d'acqua su una tavola liscia. La libertà che cerchi è sacrificare tutto e subito. Tutto e subito è il corpo che ti tiene in braccio.

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    di nodirection (05/09/2009 - 21:22)

    la notte è stata breve nella terra dei Lestrigoni, come in un sogno. Non  sono riuscito a vedere il cristo nero segregato nella chiesa: ci volevo andare a tutti i costi, per nutrire la mia blasfemia. Al mattino mi hai preparato la colazione raccontandomi del Linus che leggevi da bambina. Poi siamo stati alla buca delle fate, schivando lo strappo selvaggio del cervo, disorientati dai nuvoli di terra sollevati dai trattori. C'era un setter scuro che faceva il bagno tuffandosi dallo scoglio; le inflessioni nell'aria erano tutte di ragazzi emiliani. Per arrivarci abbiamo percorso un viottolo polveroso e scosceso lungo il quale qualcuno si era arrischiato a piazzare la tenda nonostante la miriade di fazzoletti bianchi di carta pieni di merda dietro e davanti ai cespugli. Mentre scendevamo mi sono ricordato del capanno di tralci di vite non lontano da casa, quando ero bambino, dove mio cugino mi strusciava addosso i genitali. C'era lo stesso sole, la stessa sensazione di fare qualcosa di illecito. Adesso come allora non so perché sono qui; forse per dirti che un pettine serve a pettinarsi i capelli, un cucchiaio ad assaporare la minestra, una penna per gli appuntamenti importanti. Sono sicuro che tu mi sorriderai e sarai indulgente, ma, nonostante questo, ancora avverto una sensazione di colpevolezza dentro di me, e non riesco a capire se tradisco te o me stesso. Una sola strada ci è consentito di percorrere nella vita: abbandonare se stessi o gli altri; e può essere una scelta solo in qualche caso, di solito è necessità. Le altre possibilità sono soltanto compromessi e scorciatoie per la sconfitta. La vera libertà è degli orfani, dei derelitti, degli assassini, dei santi. La strada per casa è di sicuro la più lunga da percorrere da qualunque posto tu parta, ovunque creda di arrivare. Il sistema di regolazione smussa le asperità, uniforma le idee, appiattisce le sensazioni, ti inietta morfina nella vene. L'invarianza conduce inevitabilmente ad un fine, alla fine. Per me è già tardi, perchè la salvezza è non arrivare mai al bivio dove la strada si fa comunque più aspra e sei costretto a liberarti di una parte di te, come di un vestito troppo pesante. Ed anche adesso non credo di essere questo o quello, o chi scrive e cosa ha scritto. Fatico a riconoscermi se non fosse per i granelli di sabbia che si sono incastrati fra le dita dei piedi. I segnavento colorati girano su se stessi imperturbati. Le vespe ruotano ipnotizzate dall'acqua come lo scarabeo dal filo che ha legato alla zampa. Indietreggio verso il non spazio di cose raggiungibili; la traversata è profondo blu, lo stomaco è freddo. Ho paura per tutte le mie fragili cose, per i miei sigilli. Avrei voluto non imparare mai l'uso delle cose così da non finirne all'apice, disintossicarmi dalla pressione come il falco alto e nero sulla solitudine irreale del castello diroccato di Casteldoria, decentrato, al comando di se stesso, ed emettere solo il suo stridio. Le parole, un po' dure d'orecchi, fraintendono ciò che voglio dire. E' un bene che, per lo più, non abbia niente da dire. Mi sono sempre pentito di aver parlato o scritto; una delle leggi di natura che l'uomo dovrebbe ricordare è che un animale deve fare di tutto pur di non svelarsi ferito; ed invece continuo a comunicare per non far sentire agli altri il diritto di annoiarsi o la paura di vedersi sorpresi a disinteressarsi; ed è l'unico espediente che mi permette di non essere altrove. L'espressione è ciò che non ti aspetti, il tentativo di cambiare ciò che era già perfettamente espresso affinché non si riconosca più. Ed è allo stesso tempo una metafora dell'intrattenimento, del lavoro, delle relazioni, della famiglia. La conservazione e la salvezza, e perfino quella che chiamiamo felicità non fanno parte dei gesti d'istinto. Ogni cosa è programmata e la finalità è il programma stesso. Un'ape affoga nel secchio bianco dell'acqua, una farfalla nel bicchiere di tè caldo. Li appoggio sul palmo della mano e mi fermo ad osservarli; un ingranaggio non ha importanza in quanto vivo o morto. Non c'è nessuna via rettilinea verso l'ignoto, ma essere arrivati qua è ciò che dev'essere compiuto, essere in ogni istante già a destinazione ed alzare le mani affinché tu possa credere di sentirti sicuro e a posto come un auto nuova in vetrina, la tavola imbandita, le stanze senza un filo di polvere. Ed è la buca che copriamo, il salvadanaio riempito fino a scoppiare, gli strati di cera di cupra sul tuo viso; il di più che essere semplicemente ciò che siamo: luoghi spogli adatti alle idee, bisogni di cui è costituito l'universo, in giro come fantasmi, in cerca di un corpo da abitare; e sono tutto quello che c'è per ogni disegno e grafia, nella carne di ogni uccello in gabbia, nudo. La coscienza non è nient'altro che quella cosa che non si stende per l'arco di una vita, ma si ripiega su se stessa. La libertà della coscienza non può che essere ristretta in un assunto. L'anima è un indiano con l'orecchio poggiato al suolo in attesa della prossima carovana da assaltare, il corpo un lenzuolo appeso al filo, agitato dal vento. E non importa cosa rimanga di noi con gli anni o cosa facciamo di queste membra d'argilla. Non fa differenza chi compia questa o quella cosa e se sia compiuta, poiché il tempo è un contenitore d'infinita capacità e c'è sempre abbastanza spazio per caderci dentro. Eppure quanta affezione per chi mi sta vicino e quanto odio, e noia ed entusiasmo, rabbia e desiderio per tutte queste stronzate che cerco di decifrare, per le prove, gli abbozzi che facciamo continuamente del nostro passato, non diversi dagli scarabocchi a matita della mia infanzia sui fogli da disegno Fabriano, conservati in una cartellina verde, consumata, sotto qualche mobile della mia vecchia casa, dove c'era solo futuro. Li tengo in mano come talismani mentre il sangue infuria, mentre torno bambino e mi vedo fra gli altri adulti. Una sola cosa occupa le loro facce larghe e grasse, lunghe e strette: il desiderio carnale, la fabbrica dei luoghi e dei contenitori. E mi rendo conto che le nostre stupide e grette idee sociali, economiche e sessuali sono sostanzialmente identiche a quelle naturali, regolate dal principio dell'esclusività di desideri temporanei e morti ripetute che si svolge lungo un processo di digestione in cui ogni novità sovrascrive ogni certezza d'emozione, ogni io precedente, fagocitando tutto per attrazione e terminando ogni contingenza. Siamo spreconi quanto la natura. Qualunque cosa fai o vedi la puoi ridurre ad uno dei milioni di esperimenti, tutti andati male. E tutto ciò che è innumerevole e singolo si esaurisce senza consumarsi, come i miei passi incerti su questo pavimento liscio dove mi porti a fare la spesa. Chiaramente la fai tu, io mi limito a spingere il carrello, ad approvare con la testa alla confenzione di pan di stelle, al barattolo della nutella, perché in queste cose mi sento sempre molto stupido; perché al chiuso, in mezzo alla gente, mi prende l'ansia. Penso ci siano più possibilità che noi abbiamo generato l'universo piuttosto che il contrario, in noi c'è almeno una combinazione in più: poter creare ciò che è improbabile nel dominio del possibile, e non in quello dell'ignoto. Ed un supermercato ne è la prova. Un supermercato deve somigliare molto alla cella di un ospedale psichiatrico una volta che siano stati rimossi tutti gli scaffali su cui si espongono i prodotti. Ed un ospedale psichiatrico somiglia all'universo smascherato. Matte sono le persone che non sentono la necessità di ciò che fin dalla nascita ti hanno costretto o insegnato essere indispensabile. Giro in cerchio per le corsie e provo a respirare. E mi basta questo. E' questa diversità a mezz'aria che mi rende felice come quando hai bevuto troppo o troppo poco e non hai alzato la mano dalla coscienza di te stesso. Il carrello della mia immaginazione è vuoto; mi hanno chiuso dentro e aspetto la prossima apertura. Ci si deve sentire come non essere ancora nati o già morti al freddo della macelleria. Ma tu mi chiami ed usciamo. Io cerco di venire giù, di riattivare la conduttività della mia pelle. Una cicala pulsante nell'erba è ciò che ho sentito più vicino oggi. Nulla fiorisce quassù. Nessuno parla fra cielo e terra da queste fauci pestilenziali. Non vedo la cascata originatasi dallo squarcio nella roccia del dio serpente. Ho paura di raggiungerti, di muovere le labbra. Il seme del terrore cresciuto nell'amigdala dell'universo è la paziente ingenuflessa costanza del nulla se io posso accendere la televisione. C'è del filo spinato attraverso al mare e neppure qua si può passare. Nuoto convulso, sempre sul punto di affogare; anche adesso, mentre mi passa vicino una coppia di giovani ciechi che corrono euforici nel sottopasso della stazione. Il treno sta arrivando. Muovono davanti a sé i bastoni di metallo. Oscillano a destra e a sinistra come la gonna gonfia di vento di una ragazza senza volto che dia le spalle ad un tramonto sulla cima di una scogliera. Cammino piano, senza respirare. E' il mio stesso treno. Non lo perderemo. Salgo le scale. Corro. Mi aggrappo. Ti sento di nuovo. La nostra barca è l'unica che si è salvata. Sono ancora vivo.

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    di nodirection (09/08/2009 - 15:19)

    sono intrappolato in fondo ad un pozzo; sento il petto stringersi. Apro e chiudo le finestre. Avvolgo e svolgo le tende. In superficie l'erba sibila come una biscia, ma nell'oscurità posso dimenticare i miei errori. Posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto. Queste mura hanno la barba, non sono più bianche come le pareti di casa. Un giorno, senza preavviso, con facilità, ho perso l'innocenza. A te sono venute le mestruazioni. L'aria è mefitica adesso. Il sudore mi irrora la faccia. Tiro fuori la lingua e la sfrego sopra il labbro superiore. E' salato ed acido. I bambini non hanno smesso di dondolarsi sulle altalene. Mi piacerebbe poterli raggiungere se solo avessi le ali. Quaggiù, almeno, posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto. Affondo come una pietra. Sono inzuppato fino alle ossa. L'acqua mi copre la faccia. Non ho fatto che masturbarmi oggi, per svogliatezza. Le mani finiscono per andare sull'unica cosa su cui hanno un controllo e che sa dare un piacere direzionato. E' sera. Finalmente torno al mio posto. Posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto. Ho fatto la doccia. Ho sogni che non ho mai avuto: mio fratello con un braccio mozzo conserva in un cassetto l'arto da ricucire. Ha un'espressione tranquilla mentre scende le scale. Le spalle sono ancora larghe. Il melograno alla sua destra ha fatto pochi frutti quest'anno. E' stato potato. Non ho alcuna fede, nessun desiderio escatologico che non sia la fuga. Adesso posso spengere il cervello, cercare di essere meno evasivo con me stesso; non spiccicare parola. La realtà è irretita dal mio respiro. Sto scavando un canale intorno al non luogo che è me stesso sotto gli occhi gialli e vigili di una lince. L'ho incontrata dietro un cespuglio mentre camminavo, solo, attraverso un sentiero nel bosco. Ha riconosciuto la mia umanità, con occhi fissi e vacui. Non sono ancora riuscito a fare un'isola del mio isolamento. Sono ancora un'enclave, accordata a ciò che la circonda. Condivido con te una piazza liquida. Ho fatto una copia delle chiavi. Ho ancora bisogno di venirti dentro, di aspettare friabile come la rena, accerchiato dal prosimetro della vita, da stronzate di lirismi; inappagato, cercando ogni giorno il modo giusto di rivedere le cose, con ostinazione, con rancorosa appartenenza e separazione. Ma ho di nuovo le mani attorno al cazzo, oscene; sto aggrappato come ad un remo, come un uccello al ramo. Il resto non conta. Farò affluire tutto là, nell'impianto di drenaggio. Piscerò pepite d'oro. Sarò il termometro della mia febbre. E' il solo modo per cambiare l'unica prospettiva, come un volano. Appena venuto puoi concentrarti sul nulla su cui hai costruito. Gli uomini proiettano il mondo in modo distorto. Ogni cosa è una incredibile immagine anamorfica. E' sufficiente guardare sotto una gonna o infilare le dita in una vagina, per riconoscere un teschio attraverso l'ordito. Il sesso è un ambasciatore di morte e di vita, travestito di piacere, che è l'unica cosa che vogliamo vedere, su cui possiamo competere e commerciare, attenuando la verità. Ecco che adesso s'ammoscia. Posso ricominciare ad incancrenire. Posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto. I denti riprendono ad annerirsi ed a marcire. Il tuo ginocchio scotta, devastato dall'artrite. Anche se sto rinchiuso qua, non sono che un frammento, un brandello d'avanzo del pasto di uno squalo. Il lavorio continua, insieme al disagio, come una distesa instabile di invertebrati sul fondo marino. Come se anche questa non fosse una perversione. Non c'è libertà dove c'è bellezza, nessuna libertà nell'istituzione della libertà. La società è un tentativo di sovvertimento che lascia immutato il centro, un premio in più per i più forti, per lo più inutile; una edulcorata giustificazione. Il tuo unico vero spazio è l'asta del tuo cazzo. Intatta fra inguine ed inguine. La sola serratura alla stanza privata della tua carneficina, dove tutto è lecito. I materassi sono permeabili. Oltre l'ombelico non c'è che evanescenza. Ho una corazza addosso su cui tutto s'infrange. Se provo a quantificare, non posso sopravvivere: quanto manca dopo che hai compiuto settant'anni; la lunghezza della strada che ci ha portato fino alla casa del rospo prima della cascata dell'Acquacheta, la via ardente all'Erebo. Immergo i piedi nel laghetto e si fanno di pietra. Gli alberi ghignano. L'acqua scroscia come l'interno del tuo stomaco. Quando scopiamo ho paura che ti si contorcano le budella. Hanno un linguaggio ermetico. Credo che la coscienza sia il rumore della realtà imballata nel sacco del cielo, la devozione ad una casuale intuizione, ad un miracolo d'equilibrio che ci tiene sulle spine e ci tormenta affinché riusciamo a portarlo avanti. Ma quanto è più naturale, quanto più pacifica la dissoluzione, la decomposizione; quanto più liberatoria l'estraneità semplice di una rapida eiaculazione, la sua invariabile cristallizzazione. Subito dopo posso coricarmi. Posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto; ed essere presente alla vita che non sto vivendo, quella che tengo sempre da parte, nascosta, tralasciata; quella che getti il dado e ti tocca in sorte, e che magari era la più fortunata; ma che guardi con l'espressione sardonica di chi ne sa di più, con la voglia smodata di perforare oltre, di dissipare la povertà che c'è nel tuo modesto riassunto. Disunire, scomporre, sparire come quando chiudi gli occhi, come l'ultimo dei rivoletti di un torrente fragoroso. Sfrondare, assottigliare fin quasi all'invisibile è ciò che so ragionevolmente di dover fare. Essere un reietto per reiezione di ciò che si radica nella miriade di desideri artificiali, negli infiniti riverberi dell'istinto di affermazione, mutazione del principio di generazione prodotta da quella sotto classe della natura che è la società. Bisogna dare sfogo con le proprie mani al verricello della sessualità per poter essere dei suicidi vivi. Devi non essere schizzinoso e non farti prendere dalla collera. Vestiti sempre male, o almeno non alla moda. Spendi il denaro in ciò che non è ambito dagli altri. Cerca di stare fuori dall'estensione del dominio della lotta. Non sarai felice. Finirai subito divelto, sconosciuto da qualche parte. Ti ammalerai comunque. Tossirai allo stesso modo. Forse ti verrà un cancro ai polmoni e respirerai come un cavallo bolso. Le tue braccia diventeranno bianche ed emaciate, come quelle di un anoressica invecchiata che non sia riuscita a morire per raggiungere la perfezione. Se ti andrà bene, non sarai avvolto da una coperta sbrindellata. Avrai quasi sempre solo la tua mano sul tuo cazzo. Ma sarai stato te stesso.

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    di nodirection (25/07/2009 - 16:41)

    non preoccuparti per me, guarda la tua strada. Dammi solo il tempo di abbandonare il vuoto che ho dentro, la possibilità di cancellare i lineamenti del mio viso. Non ho un posto segreto. Lo sai; sanguino sul nulla, sanguino su di me. La vita è come un coltello affilato, ognuno la soffre a modo suo. Spero di farcela a sfidare il fato che mi hai destinato. Sogno che la mia anima sia una luce intensa. Non ho una faccia d'asino; lo sai che sanguino sul nulla, che mi sanguino addosso. Ogni giorno, appena sveglio, chiedimi da dove vengo, così che possa dipingermi dentro e sentirmi meno solo. Mentre cammino senza meta per le strade, bruciando piano fra le persone, è così chiaro come tu sia solo il segno del tuo passaggio, l'occasione mancata di sistemare la tessera mancante. Credi che tutto sia al suo posto e sbatti con forza la mano sulla carta con l'entusiasmo tradito del giocatore di tre sette truffato all'angolo della strada. Gli oggetti, e soprattutto i corpi, sono già i resti di ciò che sono stati; le conchiglie dei molluschi, dei ricordi, dei sogni; il prodotto del divenire che ci rende vivi e ci porta a compimento. Gli oggetti, e soprattutto i corpi, servono a ricordare le parole, che sono l'unico mezzo adatto a conservarli, a farne roba nostra; e ti risuonano in testa, prendendosi a gomitate, scalciando senza tregua e riguardo, sempre inopportune. Quando il tempo sembra infinito è difficile lasciar andare le redini, ma è inevitabile indebolirsi e sparire via come l'impronta del piede sulla sabbia, come un alito di vento, la coda di una serpe nella macchia. La crescita è un tropismo genetico e l'esistenza una mal celata adattabilità all'incoscienza del nulla, come la spina dorsale del drago su queste colline. Il cuore continua a battere dentro di me e non sa niente del ritmo. Certe strade sono troppo diritte perché ci sia spazio per una esitazione. Le vite semplici sono irreprensibili, inattaccabili, se sei fatto per la barba tagliata lasciata nei lavandini, i letti da rifare ed i pavimenti sporchi. Le vite semplici sono fatte di parole, soggette ad usura; sono vasche di gelato che trasudano di putrefazione; uomini nati nella goccia che si stacca, voltati verso infinite direzioni, tutte senza uscita. Ed anche da quaggiù, dopo che sono sceso nella camera iperbarica, nonostante abbia infilato i tappi nelle orecchie, ne sento lontane le risonanze. Anche qui, nel libro dell'inquietudine, mi piace descrivere la tua vita stretta e sinuosa d'anfora greca, perdermi fra i cedri grossi della limonaia di Palazzo Pitti, intrufolarmi nelle gallerie del castello crociato di Shawbak, sprofondando all'interno di me stesso prima di essere rioccupato. La morte non è poi così diversa da una battaglia persa, e tu ad una rocca espugnata. Ed intanto mangio cervello fritto nella rete al tavolo degli amici, circondato dalla bellezza di Trianon, e sogno Julia Florida che mi culla, e penso a te che te la sei presa quando ti ho detto che la melodia mi ricordava i passi di una persona morta perché tua sorella è morta davvero, anche se non si chiamava Giulia, e non lo puoi tollerare. Avevi ragione, perché questa è l'evidenza della rappresentazione. Osservo le persone e vedo tante bare sull'orlo di una fossa, e tutti pronti a dare una spinta: insegnanti, colleghi, amici, portieri d'albergo, impiegati; addetti al bowling sociale. Sono tutti qua attorno anche adesso. L'erba è gialla come il deserto ai piedi del castello dell'imperatore. Mi sdraio a terra. Si dice che Robespierre volle aggiungere fraternità alle parole uguaglianza e libertà coniate per la rivoluzione poiché queste ultime non sarebbero attuabili senza di essa: un'altra parola destinata a rimanere vuota, a ricordare solo una moneta; come questa, dimenticata fra i fili d'erba bruciata. C'è un sole accecante. Gli specchietti delle auto lanciano lampi da tutte le parti; squarci nella realtà, dove le persone si incrociano, e nei ricordi. All'improvviso avverto la mancanza acuta e lesiva, il desidero folle, confuso come un glaucoma, del tuo modo di occupare lo spazio. Le ruote girano, la vita imperversa. Qualcuno ha pestato una grossa ape. Muove le zampe con frenesia sopra all'enorme culo lucido schiacciato sul prato come lo stucco sulle cerbottane. Oltre la strada aquiloni sfuggono dalle mani di bambini, vagabondi prendono a calci lattine vuote. Le giostre sono silenziose. Alcuni cani randagi se ne stanno accucciati all'ombra, pigri. Mi sembra di essere stato soffiato via. Le parole scompaiono senza agonia. Infondo tutto ciò che riflette è inutile: vene d'alberi in cieli nuvolosi, escrementi ricoperti di mosche carnose, menzogne di tipi che una volta pregavo; ricordi, visioni e confusione che mi fanno sentire un naufrago. Sussurro. Trattieni il respiro e sarai un pesce. Abbandona le cose che sai che ti mancheranno. Non dire una parola e sarai un uomo. Costruisci ma, se ti resta tempo, comincia a demolire. E guardo le parole nell'aria che scompaiono senza agonia; infondo tutto ciò che riflette è inutile.

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    di nodirection (11/07/2009 - 15:01)

    la luce è grigia nella mia stanza. Le cose sono lisce ed in tensione come donne incinte che non partoriranno mai: le file dei libri ed i mucchi di fogli, uno sull'altro come le pietre nei giardini giapponesi. Una sigaretta spenta giace nel portacenere argentato, a forma di conchiglia, come un bruco carbonizzato. Ogni sera, subito dopo le otto, si azionano gli annaffiatoi automatici in giardino. Poi si spengono e si riaccendono ad intermittenza come masticassero qualcosa senza farci caso. Non importa se non siamo a casa, se il pendolo dell'orologio si è fermato. Una chitarra è nella custodia, quella con il suono più caldo. Un'altra poggia la paletta alla parete. L'ultima sta sul pavimento, vicino al divano letto, dove è rimasto nascosto il primo fratello che conoscevo. L'altro, quello cresciuto, è da qualche anno che è andato via di casa. La realtà è qualcosa che non torna su due livelli, come gli elefanti che avvertono la propria morte ed intraprendono il viaggio; come un postulato matematico, evidente a se stesso. Non saprebbe che dire se sapesse parlare. Ciò che abbiamo sistemato nelle fantasie della nostra gravida immaginazione al massimo ci borbotta in testa. Perché c'è un'enormità di vita nascosta dietro le cose. Non so se siano mai nate o esistano semplicemente al di fuori della comprensione; non saprei dire se da qualche parte stia scritto che prima o poi possano tornare. E' un sensazione che potrebbe somigliare alla perdita di un animale domestico cui sei affezionato, o alla consapevolezza di avere una malattia sempre in remissione. Guardo i muri, lo schermo; le linee precise del tavolo, le coste gialle dei libri. Non ci sono soluzioni orizzontali o verticali. La mia presenza sta sulle punte degli occhi. Sono costantemente in vantaggio sul mio corpo: me lo tiro dietro come un mulo o lo osservo da lontano. Credo che a noi tocchi la parte dell'assetato, di chi osserva la lava fumare nella caldera di un vulcano spento, pensando che sia acqua; lucido per la disperazione e sempre più dissoluto. Vaghiamo instabili sull'orlo, bianchi come l'eucarestia; pericolosi e in pericolo sulla terra fradicia che ribolle; punti dalle zanzare, con echimosi violacee su gambe e petto; sfiniti a furia di gettare sulla pira i pezzi delle statue di legno degli dei che abbiamo implorato ogni santo giorno, ma non ci hanno aiutato a fare elemosina d'uomini. Siamo soli al mondo ed è faticoso pure ricordare perché le immagini sono confuse e per ciò che riteniamo importante paghiamo un biglietto di un giorno solo. Non c'è un cosa nè una ragione, solo un indefinito desiderare. Ogni giorno ti metti vestiti attillati che lasciano scoperto il seno; mostri l'inizio ruvido dei capezzoli; tieni le mani giunte in grembo e inarchi le sopracciglia verso gli altri, in una espressione sbigottita di fronte ai fischi ed agli sguardi lascivi di chi ti passa vicino. Hai un bel vestito rosso. Io odio le cravatte; al mattino cerco di non dipingermi le labbra e di tenere un pesce in mano. Mi piacciono i capezzoli a punta con cui ferisci la gente, ma cerco di non darlo a vedere. Non perché me ne vergogni: infondo la domenica mattina non presenzio più a messa come quando ero bambino. Resto invischiato fra le coperte, inondato attraverso la finestra dalla polvere e dalla luce senza casa dell'alba. Non ho voglia di alzarmi quando suona la sveglia e sorge il sole. Oggi sembra andarsene in giro inquieto come Lady Macbeth col suo straccio insanguinato. Desidero rimanere radicato qua, poco importante come un prefisso nel dizionario; ermetico come ogni esigenza. E comunque è solo per poco. Purtroppo non siamo diversi da un conduttore qualunque che ad ogni occasione si attivi se solo qualcuno accenda la luce. Non siamo involontari e sinceri come la caduta di un peso. Camminare è una devianza, comunicare una disgregazione; respirare una lenta, terribile dissezione di se stessi. Il desiderio non circoscritto alla conservazione è quanto di più lontano dall'individuazione, è una morte celata per fusione; ed è questa voglia di non scrivere niente e non pensare, passata come paura di rischiare, di oltrepassare il fiume, di restare nel torpore e nello sfinimento, ciò che ruota senza asse, il bisogno inconscio di segnare un limite contro l'indifferenza.  Passo di fronte alle vetrine ed ai monumenti antichi e mi chiedo dove stia la bellezza, e se tutto questo sia qualcosa che abbiamo appreso, e che cosa ci abbia insegnato. Al di là delle distinzioni, dei tanti vestiti e atteggiamenti, oltre la patina di sporco sui marmi, vedo sempre e solo uomini, sempre e solo carne; soggetti inconsapevoli che se ne vanno per le strade armati di teodolite, impacciati e goffi, a misurare gli angoli. E che cosa ho davvero imparato da tutti questi libri, dalle centinaia di storie che non ricordo; quelle storie che, ciascuna a suo modo, era così simile alla mia. Solo a mettere dei punti; a fermarsi un po', prima di andare avanti. Ma non è che di voi m'importi più di prima. So che un giorno potrei abbandonarti con facilità. Non è così per papà e mamma, e questo è dovuto solo al fatto che è naturale. Non possiamo che essere irrimediabilmente divisi perchè identici a noi stessi ed agli altri, e l'indifferenza è il corollario alla banalità del comune non differenziato in quanto primo principio, radiazione di fondo. Se ti guardi intorno, dove tutto non fa che crescere in una frenesia di germinazione, percepisci l'incongruenza di ciò che esiste di fronte alla tua identità la cui sostanza è una concrezione dell'accessorio. Il nostro io è un santuario di solitudine; e la realtà annacqua tutto e ci diluisce in una forma di esistenza che non è nient'altro che una sintesi organica dei tanti umani codificati nell'imprecisione. Il mondo è polisemico solo per sbaglio, nella dispersione del seme. E la trascendenza, cui tanto aspiriamo, si rivelerà solo nel giorno in cui faremo conoscenza con gli sconosciuti che siamo.

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    di nodirection (19/06/2009 - 17:48)

    questa è l'analisi impietosa di me stesso e di ciò che sono diventato; di come mi sembrino plausibili e condivisibili cose che una volta avrei definito inconcepibili, di come adesso veda una bimba dai riccioli castani nel mio futuro, che corra con difficoltà lungo l'argine del fiume; e di quanto sia chiaro che non è che abbia imparato qualcosa o sia cresciuto ma solo invecchiato. Per quanto ciò possa sembrare saggio e bello, sto solo inconsciamente obbedendo. Ho conosciuto la felicità quando ho capito che è qualcosa che si compra, un nemico con cui si viene a patti non perché hai veramente perdonato un affronto di tanto tempo fa, ma per stanchezza; che i sogni per definizione non si realizzano mai perché altrimenti dovrebbero essere sempre nuovi e smettere di essere sogni, e che ormai ho raggiunto quella fase della vita in cui ciascuno di noi è costretto a stare a guardare come Orione, senza più inseguire, camminando lentamente al fianco del fedele cane Sirio, mentre le Pleiadi si tuffano irraggiungibili al di là dell'orizzonte. Eppure, nonostante la convinzione della necessità di ciò che esiste, si evolve e muore, sia salda dentro di me e non ci siano ostacoli alla mia vista, ancora non riesco a fare a meno di aggredire per cose all'apparenza stupide e banali: perché non riesci a trovare la rotonda dove si è rotta la catena di distribuzione della macchina, di fronte alla concessionaria di Mercedes Benz usate "Antonio Fineschi", o perché non capisci come si fa ad alzare il volume del cellulare: è l'incapacità di riuscire ad accettare che non potrai essere qui. Mi spaventa sapere che quando saranno tutti morti, bene o male, in un modo o nell'altro, ce la farò. Le persone perdono e si perdono in un universo che è una sofferenza che si dispiega, mentre il resto, che ci è attaccato come l'acaro al tappeto, ciondola via, si disperde e si dilegua, nel tentativo vano di aggrapparsi come un ragno alla sua tela. Questo, almeno, è il vissuto dove metto tutto e non perdo niente, la valigia che non sto più facendo perché ho già iniziato a prepararmi. Starò qui finché non sarà finita. Tanto la merda avanza comunque tutto intorno e non serve scappare. E non credo a chi ha quasi cento anni ed afferma che è stanco di vivere. Le mie cose non le lascio andare, le porto con me: in questa valigia conservo un libro, Michel Houllebecq e "la ricerca della felicità"; il nottulino imbalsamato, il nottardo ed il torcicollo, la velia ed il nottolone; i cocci dell'accademia e la faina che vive nei racconti di mio zio; Geppo; le conchiglie fossili che rendevano dura come la pietra la terra che zappavi quando eravamo bambini, il soffio nel fischio in culo del tuo ciuchino di terracotta, l'autogru dell'Automobile Club Italia ed il sorriso placido del carrista gentile, che immagino somigli a quello del nonno che non ho mai conosciuto; le nervature di una foglia; la statua di bronzo su cui ho sbattuto la nuca, che mi ha fatto sentire per qualche giorno la mente lontana come una collina illuminata dal sole in un mattino di pioggia; il collirio al cortisone che ti sei messa troppo spesso; il tuo osso sacro sbucciato dalla nuova passione del cavallo che mi rassicura per come ti fa sembrare forte; le stronzate sulla morte che ho espresso a voce alta al tavolo degli amici ad una cena di matrimonio e la tua incazzatura; i merli neri, gli stessi della mia infanzia sulla scogliera, vividi come fucilate. E così cerco di mettere su la mia modesta opera d'arte, una strana composizione, dove riesca a dire ciò che vorrei credere sia reale e non se ne vada dimenticato.  Ho intenzione di stupire chi sarà ad assistermi quando mi porteranno in sala operatoria e mi guarderanno dentro come ad un gambero sgusciato; di lasciare in anticamera delle cose da toccare, con cui riattizzare un poco il fuoco; affinché, non me, ma ciò che è stato di noi non vada sprecato, condannato all'estinzione; ma rimanga come appena impresso con le dita su una città di cera; come i tratti di pennarello sulle braccia degli adolescenti: qualcosa di evasivo, sempre taciuto, che riesci ad avvertire perché, anche se a poco poco finito nell'invisibile, non era diverso da te: come l'aneurisma che ancora non ti è venuto, come l'infarto che per poco non ti ha fermato il cuore. E la soluzione invece sarà in ciò che non abbiamo mai saputo.

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    di nodirection (30/05/2009 - 14:26)

    ha la mascella grande ed una nuvola di capelli neri e crespi come un covone di fieno. Ride leggendo "le zie non sono gentiluomini". Non te lo aspetteresti da una che indossa una camicetta ricamata a mano, come avrebbe potuto portare mia nonna trent'anni fa. Ride da sola, incurante dei suoi compagni di viaggio, a disagio sui sedili di fronte, all'interno dello scompartimento otturato dalle cappelliere; sgranano gli occhi sotto le montature degli occhiali, stizziti, con astiosa condiscendenza. Ed io la immagino saltare agile un ostacolo in groppa ad un cavallo: cosa che non saprei mai fare perchè, quando leggo, sorrido sempre, o, al massimo, piango. Ridere esclude il tempo ed il dolore, ma non è realistico. E' breve dimenticanza, come la vita. Perché ogni oggetto ti ha ferito: solo che, per fortuna, per la maggior parte del tempo, l'hai scordato; come l'asciugamano su cui, per poche volte, hai strusciato il viso. E sarebbe fantastico se la vita fosse infinita, e certi gesti non smettessero mai di ripetersi; ma, inevitabilmente, andrebbe anche tutto a puttane, e rimarremmo sempre all'inizio, che non è mai cosa da niente, semmai cosa da poco, nell'impossibilità del tutto. Ciò che qua è raggiungibile non ha niente a che fare con l'infinito ma con la moltiplicazione di ciò che si può finire. Lo stato delle cose sono queste affermazioni, questi dipinti di uomini senza volto che hanno dentro la pancia templi e resti di città greche, che non hanno voce e portano anelli in testa; aspettano che tu gridi e spezzi la loro perfezione, figlia delle tue mani, come di quelle del creatore. Ed è così che ti vedo, imprigionata nelle mura tessute dei fili di ciò che siamo stati, su cui sbattiamo la testa come una mosca sul vetro della finestra. E' così che ti vedo, che mi sorridi, con le ginocchia piegate sotto i glutei bianchi, i piedi piccoli e callosi, poggiati sulle alghe morbide, dopo che ti sei tolta le mutande, beata a farti penetrare dolcemente dalle onde del mare, impotente e selvaggia come una balena agonizzante, trafitta dagli arpioni, trascinata sul ponte di una baleniera. Io sto in piedi sullo scoglio, graffiandomi la pelle. Tengo in mano l'aquilone e cerco di parlare con dio; stringo le leve dalla plancia della cabina di comando. Ma non riesco mai ad essere presente, a capire quand'è che comincia a piovere. Sono sempre in un altrove dove ogni momento l'ho portato con me, in uno zainetto McKinley; e sono solo, all'interno di una muta in neoprene, e cerco di rianimarlo con un defibrillatore, di rimettergli l'innesco come ad una mina fuori uso, affinché ne nasca qualcosa o non ne resti niente. E continuo a camminare fra l'odore di pepe e di sodio, arricciandomi su me stesso, stringendo lo sfintere come un baro, ostinandomi a rendere tutto irreale, seduto nel salone dei seminari, ad ascoltare interessato il direttore di Wired Italia che racconta del suo esercito di nativi digitali; affaccendato fra mixer, microfoni ed interfaccia audio nel tentativo di dire ancora qualcosa, sforzandomi di registrare ogni fatto, per avere qualcosa da raccontarti a sera e non sembrare sempre un fesso qualunque, con un arto mozzato. Non so se sia giusto avere delle aspettative. Il fatto è che tu ne hai. Nei sogni indossi i miei pantaloni eleganti: quelli che ho messo poche volte, con le cerniere ed i cinturini di pelle per stringerli intorno alla vita. Stasera ti racconterò della gru rimasta di traverso sulle rotaie: nella notte qualcuno ha cercato di rubarla e forse avremo qualche problema per andare a lavoro. Mi sembra essere una di quelle cose di cui parla la gente. Almeno ci spero. E ci proverò. Come al solito mi sembrerà di avere un viso asinino e mi sentirò come una pianta che ce la stia mettendo tutta per attecchire. Non so se ce la farò. Sprangherò tutte le porte delle stanze dove sono rimasto intasato nella salopette di jeans dei miei vent'anni, quando i colori non erano così saturi e non c'erano sbavature. E so che tu sarai lì, a pattugliarmi, mentre piscio mugugnando nei sanitari, con il siero per il morso delle baccanti; a sbrogliare i nodi, a volte infastidita ma tollerante di fronte alle mie strane epifanie. Resto stranito da tanta caparbietà; mi chiedo come possa venire da un corpo così delicato e fragile. E nonostante pensi che, in ogni caso, ogni volontà sia un inganno, e spesso cerchi di respingere ciò che avanza; per tutto quello che fai non riesco a perdonarmi.

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    di nodirection (09/05/2009 - 00:11)

    sono l'unica finestra da cui posso guardare il mio mondo; mi sporgo senza paura ed è come avere le grandi orecchie ed il cappello da aviatore del topino Desperaux, come possedere il suo coraggio, che è sempre innato, come una malformazione. Da qua riesco a vedere buona parte di viale Marconi, dove, per due settimane l'anno, Victor tiene lo spettacolo delle meraviglie, fatto di squali, orche assassine e cartelloni. E' posizionato appena sotto l'argine; i grandi pesci gironzolano in vasche coperte da un tendone da circo, a strisce blu e bianche; circondato da tanti piccoli orti sociali, curati, dove i pensionati passano il tempo dando occasionali quanto casuali colpi di vanga. Quando mi affaccio da questa finestra, la televisione non va mai in distorsione, come fa di solito. La luce che mi raggiunge è una specie di stimolazione magnetica per la depressione, mi serve a riattivare le aree spente del cervello. E me ne sto ad osservare Ivan, poeta d'asfalto, in piazza della Repubblica, che sta sistemando cinquanta fogli di pvc: ha intenzione di coprire trenta metri quadri di quelle antiche pietre; afferma che su ogni superficie bianca ci sia una poesia nascosta. Sorrido e penso che ne dovrà per forza uscire una bella poesia; immagino che la reciteranno con gioia gli estintori a bocca aperta, nel campo di maggese, stesi come struzzi morti: sarà il loro canto del cigno. Alla fermata dell'autobus, di fronte alla casa di cura Villa Fiorita, seduto col gran sedere su due delle seggioline di plastica, sotto il tetto della pensilina d'aspetto, c'è il solito barbone con le enormi verruche sul naso, più rosse del solito. Quaggiù, forse per il gran sole, non c'è nessuno: non credo siano andati tutti alla discarica a sparare ai topi o se ne stiano lungo la ferrovia, sul cofano delle auto, con una chitarra in mano, a veder passare i treni. E non conosco nessuno, ed è l'unica cosa che importi: mi piacerebbe una vita da albergo, alla David Sedaris, dove il resto ed il superfluo fossero sempre provvisori; belli proprio perché provvisori. Non voglio un'esistenza tradizionale, passata in calzoni corti all'autolavaggio, preparando la cena, con il cellulare sempre sveglio come un grillo all'interno di una scatola appesa alla cintura; in un camerino di un negozio del centro, provando una camicia Tommy Hilfiger, ostentando vanità di fronte alla falsa ammirazione delle commesse; invidiando la linea moderna delle auto altrui, macchine modeste, guadagnate con lavori di fatica o d'intelletto: la Lancia Y o la Cinquecento. Voglio potermi alzare di notte, senza dovermi giustificare, e trovare un posto dove si possa respirare, vedere le facce delle gente, di chi non conosce il mio nome; sedere al tavolino di un locale vuoto con tutto il tempo per potersi sbronzare e non aver voglia di scopare. Un posto dove le lucertole scivolino in continuazione sui prati come i sassi sul pelo dell'acqua e mi capiti qualche volta di percepire la sensazione di essere soffiati via come il riso; e poi perdersi in qualche paesino poco conosciuto, a mezzogiorno, in sella ad una bicicletta, e fermarsi a guardare il tabernacolo con sant'Anna metterza e la madonna del latte di Agnolo Gaddi e bottega, affrescata lungo la via vecchia di Cantagallo a Figline, fra le cave di serpentino, ed ammirare la tetta dell'immacolata, tirata via con forza dalla veste e spremuta fino a vederle il dolore sul viso, e concentrare lo sguardo sul suo capezzolo rosso di bacca in bocca ai dentini del tiranno bambin gesù, impassibile al cospetto dei ventinove martiri che verranno. E' da questo balcone che l'indecifrabile si fa decifrabile. Da qui non mi preoccupo se mi sembra di avere le spalle non allineate, se mi sento rigido come un triangolo isoscele; non mi crea ansia il fatto che una clavicola sia più bassa dell'altra, e che non si possa cambiare. Le possibilità e le occasioni sono le maglie di una rete in una trappola troppo grande perché la possiamo vedere; e così entriamo in questo mondo come pesci nella tremaglia: all'inizio penetriamo con facilità attraverso delle pezze larghe, ma presto finiamo ammagliati in un presente che stringe sempre più ciò che rimane del passato in una diminuzione dove la propria individualità è così vera e immobile che credi fermamente di possedere un corpo, indossare un vestito, abitare una casa che hai scelto; mentre quello che sei viene escluso da dove pensi di dover respirare come l'epiglottide impedisce che il cibo entri nella trachea. Ed è quel ricordo pericoloso che il corpo cerca di evacuare, la merda che supera il limite della sopravvivenza, inaccettabile perchè troppo viva. Le persone non si posseggono, neppure si appartengono, soprattutto non si conoscono, mai; ed è inutile che pensi che qualcuno possa sentirti davvero; desideri essere esclusivo e bello, ma sei solo un'altro po' di acqua sotto ai ponti e gli altri sono lo stesso per te. Forse dirai che per fortuna siamo distratti dalla verità, come l'occhio dalla casetta dell'oculista, e che, se non fosse così, scopriremmo un grande vuoto. Hai ragione. Ma non mi va di lasciarmi infinocchiare dai falsi positivi, dagli infiniti artefatti, dai simulacri d'oggetti persistenti; dalle croci russe d'ottone, come quella che ti hanno venduto ad una bancarella del mercato; la croce d'ottone che ti hanno spacciata per russa, approfittando della tua miopia, e che porta inciso sul retro un versetto dal Vangelo di Giovanni, in italiano, che recita "che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato, nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici". E infatti è per questo che non esiste l'amore e non ci sono amici. E a volte vorrei restare qua, e tenere i paraocchi, come un puledro. Perchè così il mondo mi sputerebbe continuamente in faccia la verità, e non tornerei mai a Grover's Corners, ma resterei immobile, sul pavimento, come un bimbo fra i giocattoli, a invecchiare come Matusalemme nella matassa di rovi di quella volta che mi hai insegnato a mangiarne le cime; cincischiando con i cioccolatini della copertina delle swing guitars di Django Reinhardt, fra accordi e disaccordi; immerso nell'odore piacevole di quando ti sei lamentato dei problemi d'intestino, non sapendo che di lì a pochi giorni saresti morto; ritirando le mani dal pane bagnato, divertito all'idea del tuo dentista malato di Parkinson che sorride con le gote rosse di bottiglie di vino e la barba rada mentre ti dice che ti dondolano tutti i denti; guardando sfrecciare come una lumaca l'utilitaria verde da vecchietto cui strombazzano con rabbia i giovani impazienti, cosa che faccio anch'io se non si tratta di te, e che mi fa imbestialire. Ma non è vero che la vita è l'infanzia della nostra immortalità. L'infanzia è già passata ed ormai ho solo tempo per passeggiare fra le macerie, in vie strette dove ho stipato cianfrusaglie, in un iperspazio pieno di cose poco importanti da scialacquare, infastidito, con la barba tagliata male sotto le narici, appena più lunga agli angoli della bocca e sopra il mento, pur di non ricordare; nella speranza che la tua mano piccola mi allunghi un giorno il beverone, che non finisca tutto in preda alla malversazione, che non smettiamo la farsa e la simulazione, che la decrepitezza sia una benedizione. Tutto organizzato solo per una bella e vuota rima.  Ed infondo lo so. Solo nella morte si è liberi o poco prima.

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    di nodirection (17/04/2009 - 21:53)

    quando andrò di là, se ci sarà davvero un angelo a leggere i miei peccati, sarò fregato. Di Dio non ho paura, neppure mi condannasse al più basso dei gironi. Ho più paura di te, di scoprire nei tuoi occhi la rivelazione di quanta miseria ci sia nell'odio di non dover soccombere che ci lega. Ma l'evidenza che si nega è la verità che conferma che non c'è alcuna entità oltre tutto questo, e perchè le persone si bacino e facciano sesso, mentre ti fanno male le tempie, resta un mistero. Non riusciremo a fare esperienza di noi stessi se non in sogno, dove spesso mi capita di scopare una cinesina dalla fica slabbrata e calda come l'interno di una pantofola; appena vengo, rido. L'altra notte attorno al pene avevo l'involucro rivestito di gelato del cono Sammontana; lo tenevo in alto con la mano, come per far volare un aquilone, come per sbandierarlo a tutti, preso dalla lebbra del protagonismo. Te l'ho raccontato perchè raccontare un sogno è un po' come partecipare al Carnevale, e tutto si può rovesciare per un giorno a patto di abiurare. L'irreale diventa reale solo dove non c'è ordine, in mezzo alla strazio, come la poesia nell'abiezione; e qui c'è abbondanza di strazio e di disordine e d'abiezione. Eppure mi piace passare e ripassare per le mie strade come uno sconosciuto e riconoscere Frankie, dalle mani lascive, che ripete sempre i trentacinque anni, e li festeggia ogni giorno, anche d'estate, con bomber, chierica e BMX; o Gino, con la camicia a quadri grossi, che sembra uscire dal campo, sano scommetteresti, con una cesta di cipolle, mentre invece prende il metadone non sa più neanche lui da quanti anni e per miracolo è ancora vivo; mi fa sorridere ed accigliare la chiesa con il tetto a guscio di tartaruga, dove, fra gli scherzi, quella sera un po' ti ho incalzato affinché mi facessi toccare le cosce ed i seni, seduta sul muretto di pietra, il muretto sul quale ogni mattina sosta il parroco per qualche minuto, accavallando le gambe bianche sotto la tonaca nera, sgranando lentamente il rosario ed addolcendo il sorriso. Mi chiedo se porti le mutande. Amo la piccola chiesa rotonda che è il mio personale castello errante di Howl: mi aspetto sempre che vedendomi si alzi in piedi all'improvviso su due alte zampe di gallina e se ne vada con i miei ricordi, balzellando scomposta, perdendo pezzi ed emettendo fumo dal naso. Sono pochi i miei ricordi, non più di due o tre per volta; non possiedo la dote di Jill, che soffre di sindrome ipertimestica, laggiù, in qualche paesino sperduto degli Stati Uniti, di non più di mille abitanti, e ricorda tutto. Non mi sorprende che l'abbiano chiamata sindrome: devono aver pensato che esserne affetti sia un dolore lancinante; ma non credo l'abbiano confessato alle loro mogli o a se stessi. Forse lei, eccezione fra gli umani, conosce tutta la sua storia, quella che io fatico a far quadrare; ma anche per lei, sono sicuro, è impossibile raccontarla. La vita e le cose che nulla sanno di noi finiranno ciò che abbiamo cominciato; una cassa che non abbiamo  né visto né tanto meno ordinato saprà di noi più di quello che abbiamo saputo. In libreria, da qualche tempo, è uscito "Virginia Woolf. Diario di una scrittrice", edito da Minimum Fax con la prefazione di Ali Smith. E' l'edizione completa dello stesso libro, in edizione parziale, che ho regalato a qualcuno che adesso chiamo qualcuno, forse per pudore o ipocrisia, quando quel qualcuno era ancora qualcuno per me. Che strana ironia: per fortuna certe cose hanno bisogno di un lasso di tempo più lungo per compiere il giro, o forse chissà, il nostro percorso equivale semplicemente al moto di rivoluzione di Plutone ed ancora non lo sappiamo ma torneremo a toccarci le mani. Ad Ali Smith voglio dire che a me Virginia Woolf piace pensarla nevrotica e col nasone, e non m'importa sapere se avesse un nasino all'insù o fosse una simpatica festaiola. Quando la leggo, perso fra le onde, ho radici profonde e nodose ed un gran nasone che m'impedisce di vedere sopra la terra e mi fa sbattere in ogni dove: le sono grato per questo. E ne sono consapevole: dopo la lettura, fra i terremoti al telegiornale e la crusca bagnata per le due piccole papere in giardino, dopo Ally McBeal alle nove e trenta del mattino e la cura per le zecche che fuggono panciute dalla testa del mio felino; nonostante abbia schivato i pensionati testimoni di Geova, ex agenti immobiliari a riposo, che mi fanno un po' tenerezza quando tiro dritto ad occhi bassi, il peggio deve ancora venire. E di fronte al degrado ed alle cose sputtanate ed ai rimasugli di sporco e fra i pensieri da scartare, tutto quello che so fare è concentrarmi su ogni culo che mi accenda il desiderio di scopare, ed ogni giorno, per passare le ore, prendere più caffé perché non c'è niente che sia più tranquillizzante di polverizzare chicchi d'oro dopo averli soppesati in mani inconsapevoli come fa il banchiere giocando in borsa con il denaro altrui o l'operaio trasportando le lamine d'amianto che gli causeranno un tumore. Tutte queste cose sono come spaventapasseri, frottole per puntellare; sono tanti delfini rosa che girano intorno alla mia zattera, un modo incantato dei morti per comunicare: i morti che non ho conosciuto o quelli che ho conosciuto o conosco e che non sapevano e non sanno parlare. Merci senza materia, sacchi vuoti: rapporti umani e rapporti sessuali, peggiori dei rapporti di denaro, dove ci si presta solo per essere riavuti indietro e non si regala mai; e se si compra è solo per poco. Tutto falso; e quanto è meno subdola questa forma di usucapione di tutto ciò che infondo è abbandonato come una scoperta scientifica, o il forno di casa o un cellulare. Cose senza fraintendimenti come un fiammifero che nasce per bruciare appena tirato fuori dalla scatola. Non come gli uomini che finiscono per imparare le vertigini e si credono furbi come gatti neri, impantanati nel letamaio dell'indeterminazione, dissotterati per rimangiare se stessi, sbalestrati a passeggiare sugli argini dei fiumi la domenica pomeriggio raccontando cazzate, con gli uccelli che via via si rattrappiscono, intirizziti dalla vecchiaia o dalla paura, come lombrichi sventrati, la cui unica fortuna è la sterilità che arriva sempre troppo tardi; riluttanti a confessare. Quando andrò di là, se ci sarà davvero un angelo a leggere i miei peccati, sarò salvato.

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