è così strano sentirsi a casa solo quando te ne vai in giro come un vagabondo. Sono sempre stato a mio agio nel disordine, nella sgargiante e caotica manifestazione della varietà e della casualità che acuisce la consapevolezza di se stessi attraverso stimoli e sollecitazioni sempre diverse. Ti sono necessarie perché a qualunque sensazione si fa l'abitudine, sia di dolore che di piacere. Certe persone amano la comodità, preferiscono vedere cose che abbiano sempre la stessa faccia, di cui ci si possa fidare, indipendentemente perfino dalla soggettività del loro valore. Non è che non lo capisca o che non succeda anche a me: siamo tutti dei codardi, tutti dei vanitosi. E' solo che confidare nella persistenza e nell'uguaglianza a se stesse delle cose che solo per incidenza influiscono sulla tua vita conduce a perdere di vista questa e stimarla in quelle. Così è facile identificarsi nel luogo dove si eserciti una professione, nella moglie che saluti al mattino, in queste mura su cui si profila la mia ombra, nell'ora consueta all'angolo di una strada, nei rami dell'ulivo al vento. Ma, in ciascuna di queste cose, tu non ci sei. Sono solo loro ad essere presenti in te, ad averti occupato, come inquilini abusivi che abbiano sfondato la porta della tua anima un giorno in cui tu sia stato assente. E già ti eri abituato all'evenienza, adeguato come una brocca alla possibilità del vino. In definitiva è per essere la cornice di qualcos'altro che sei stato creato, un ricettacolo d'astrazione per cui è indifferente la momentanea incarnazione; che importa se il vitigno del cui nettare adesso ti inebri sia stato un Cabernet-Sauvignon, un Merlot o un Montepulciano; questo doveva essere il tuo percorso. Al contrario ciò su cui non è possibile esercitare un controllo è irreparabile; esiste senza che tu lo possa trasformare, senza credere di poterlo riparare. Infondo appartiene a tutti l'inclinazione a raddrizzare, il desiderio di correggere ciò che non possediamo o ammaliare chi ci disprezza; di appianare o evitare ogni ostacolo che si trovi sulla nostra strada. E qualche volta ciò che non puoi cambiare o assimilare ti spinge, per un breve attimo, a pensare che ci sia dell'altro fuori di te, per quanto tu non possa veramente comprendere quell’alterità se non verso l'interno. Certi recipienti, per una incrinatura o una caduta, oppure per un piccolo difetto di fabbricazione, non diventano mai bottiglie e, non essendo fatti per qualcosa, restano loro stessi. E dunque è una fortuna che la confusione sia ovunque, perché là in mezzo è facile che si vada rotti o perduti. Basta saper osservare per riuscire a trovare qualcosa di assolutamente irrecuperabile. Per gli uomini è sufficiente guardare in modo non convenzionale, non solo fuori ma, soprattutto, dentro. La vita è piena di oggetti gettati a caso, alla rinfusa, come il contenuto disordinato di un cassetto; è disseminata di confezioni scadute. Potrei inciampare su una qualsiasi di queste cose. Potrei farlo senza aver provato la diffidenza che di norma provo verso tutto ciò che ho plasmato sulla verosimiglianza di me stesso, la distinzione che con incertezza credo di avere ma che è necessario sostenere. Oppure potrei cadere. Grattare le ginocchia sull'asfalto. Forse sarebbe più bello essere incongruenti. Le persone camminano serene verso un dio impaziente. Ogni volta ne rimango stupito. Mentre procediamo precisi come le file di un esercito cerco di riconoscere alcune delle facce che si sono sciolte e deformate nel tutto. Sono tutti giovani. Posso vederle perché è come se avessi le articolazioni al contrario e camminassi all'indietro. Dietro c'è tutto ciò che non è approdato. E' come un calderone che si alimenti in continuazione di coloro che ad un certo punto vengono a conoscenza di non avercela fatta; non hanno fatto scoperte né avuto sorprese se non nel ricordo di quanto hanno sperato; capiscono che aspetteranno per sempre in un limbo; sanno finalmente che nessuno arriva mai davvero in alcun luogo. Io e tutti voi, siamo stati semplicemente un posto dove qualcun'altro ha camminato, dove qualche volta siamo passati senza vederci, perché distratti da altro. Tutti si ingannano; cercano qualcosa, misurano le distanze da percorrere per lo più verso oggetti concreti e rassicurazioni, verso altre persone. La vita è solo un viaggio di allontanamento dall'ignoto personale presente ad un ignoto impersonale futuro. E quanta stupidità, quante banalità su quella strada. Per fortuna non so più guardare avanti. Vedo solo i miei ricordi e i sogni come un Enrico IV che tenga tra le dita la ciocca bionda dei capelli bruni della marchesa; è come se sia questi che quelli siano un tentativo di plagio e rassomiglianza, un segreto taciuto di ciò che forse una volta, per poco, sono stato e che avrei voluto essere per sempre. Qua, qua e per sempre è dove voglio stare, fra i fumi dell'assenzio e l'intricata melodia di Satie; ad osservare il viso di Cristo risorto che mi parla, e non capirne le parole; e poi vederlo ascendere in cielo; muto. Come possedessi un segreto e non l'avessi capito. Come ascoltassi una breve e vaga cadenza che avverti indebolire e che sai finirà per cessare. E' così che mi sono sempre sentito. Restare qua, dove la noia e l'incertezza mi provocano degli orgasmi. Fra coloro che sentono, impauriti dall'inerzia e dal silenzio, ad aspettare di essere sopraffatto dal tutto da cui infondo mi sono preso solo una breve pausa. Sorrido a chi mi dice che sono ancora un bambino. Credo che non vivendo io viva più di voi perché ancora ho la capacità di sognare sopra alle persone ed alle cose; ci faccio tempesta e guerra, magari affrontando le onde su una tavola di legno e spago, o avanzando impavido con una barchetta di carta per elmo ed una spada di cartone, ma esaminando con consapevolezza ogni colpo, cercando di svolgere una vela che forse non c'è, ma provando a ricordare di conservare un po' di tempo per soffrire. La sofferenza è l'unico mezzo che ci è concesso di partecipazione alla vita, a quella pienezza che per spiegarla potresti nominare tutto senza davvero attirare la sua attenzione; a ciò che sta sotto e ti consuma e che puoi capire solo quando ti senti finito e non hai fatto niente ed il tempo è passato, e ti sei lacerato. Sì, è proprio vero, sorrido con superiorità a chi mi dice che sono un bambino, perchè per un bimbo un nuovo gioco è sempre l'ultimo, e l'ultima sofferenza la prima; perché i bambini hanno poca memoria e vivono di presente, proprio come voi; perchè corrono con entusiasmo sulla spiaggia, inconsapevoli dell'abisso sul cui confine limitano le loro esistenze, e vogliono costruire castelli di sabbia ogni volta più grandi, esattamente come voi. Sorrido perché a me basta sognare castelli che sono ormai caduti. Ed erano più belli, piccoli e perfetti, quei castelli.
posso parlare con te qui dove non mi senti, dove non ti vedo e so che non mi ascolti. Non saprei farlo altrimenti; non riuscirei a non toccarti, a non fare ciò che mi verrebbe naturale fare. Io so tutto di te e non ho bisogno di chiarimenti; sono con te ogni giorno in una forma più bella della realtà, in un modo che non ha bisogno di persuasione, che è solo mio e che non mi va di comunicare. Nei momenti più impensati passo in rassegna le cose infondo banali che abbiamo fatto insieme. Sono come le mille parti andate perdute del meccanismo di un orologio antico impossibile da riparare, ognuna così particolare, insieme semplice e complessa, che non sapresti attribuirle una funzione ma che sai essere necessaria. L'unica verità è la nostalgia del desiderio ed io cerco di proteggerla dalle ombre che nascono inevitabilmente da troppe spiegazioni. Non saresti più viva come ti vedo adesso e finiremmo per storpiare ciò che è stato. Vedi, non è lo stesso eppure è lui il gatto acciambellato sul ventre di mia nonna che, con cattiveria, lasciavo per ore, sola, sul divano del salotto, con al minimo l’audio della televisione. Mia nonna è morta eppure per questo è veramente mia nonna e per quel ricordo, ed io, che ero al suo fianco, con una maglia color salmone, i brufoli in faccia dei diciassette anni ed i ricci biondi, non sono più io stesso; mentre lei, che in realtà era l'altra, inespressiva e bianca come un pupazzo, adesso continua ad essere la stessa nonna che è morta. Loro hanno smesso di essere qualcos'altro e senza saperlo sono nate in me come una cosa indubitabile, mischiate in un nodo che non si può esprimere. Sai, alla fine avevo davvero creduto che fosse una cosa speciale, e che, del tutto inaspettata, fosse capitata a me proprio per il fatto che ero colui che non l'avrebbe mai creduta. Mi piace continuare ad ingannarmi così, e che quell'emozione resti nel pensiero così come è stata una volta, anche se si è subito disillusa. Quello che siamo, lo siamo diventati per caso, come qualunque cosa che la guardi e non collima con se stessa; e le pietre non sono esattamente pietre, e gli alberi e le case non proprio alberi e case. Li guardo e non mi convincono, ma neppure mi sembra che essi siano convinti di loro stessi. Ed infondo è un puro caso che anch'io non sia ogni cosa, come ogni cosa non sia me nell'essere. Labile è il confine della coscienza, un po' decentrato rispetto ai nostri corpi, dove non calza a pennello. Non mi meraviglia trovarmi spesso a fantasticare se le nostre potessero ancora almeno essere uscite clandestine; mi chiedo se riuscirei di nuovo a ripercorrere ciò che sono stato, e sento che, se così fosse, forse questa sarebbe una parola di verità fra tutto il resto che sto facendo. Sarebbe un altro modo per essere assente a ciò che non sono. Non sono un moralista, e non me ne vergogno, perché credo che l'etica sia ciò che trasforma la verità in realtà. Se la infrangi la crei e sei fuori da ciò in cui non eri mai entrato, dalle regole cui prima non avevi mai fatto caso perché ne eri naturalmente persuaso: quando nasciamo i nostri desideri sono assoluti e nessuno ci ha insegnato a misurare, valutare, a calcolare la perdita o il guadagno. Quella, per quanto fittizia, è la verità; ma almeno è totale e completa, come l'amore per tua madre, di cui tutti gli altri sono brutte copie, sempre più squallide più che ti allontani da quello che chiami, per sbaglio o per modo di dire, il primo amore. Quando smarrisci il fuoco e cominci ad osservare, affascinato, ogni cosa che appena le somigli; quando analizzi e a tutto metti dei confini, allora diventi il figlio della confusione; e non è che quei concetti si siano sminuiti o abbiano perso il valore che risiede nella loro astrazione, ma semplicemente ti hanno avvilito, perchè sei capace di afferrarne solo quel poco che già hanno inscatolato per te: le amicizie brevi e superficiali, i discorsi vuoti, l'apparenza, il sesso ed i suoi accessori, la rappresentazione di se attraverso ragionamenti capziosi. La verità è forza persuasiva e di conseguenza imposizione; affermare di voler arrivare all'essenza con l'uso della logica è un non senso, poiché essa ne è il suo vestito stretto. Di una cosa sola della mia vita vado fiero, una sensazione che molti troverebbero spregevole ma che per me è una sorta di alimento ad una forma di narcisismo ed un modo per sapere di avere dei sentimenti. Per sentirli davvero li devi pensare, ma affinché ti sia data la possibilità di pensare devi essere fuori dalla realtà, non ci devono essere fini o contrattempi o cose da fare o progetti. Anche la mia o la tua carne sarebbero una distrazione. La certezza dell'assenza e del silenzio di cui è fatta la mia anima sono la mia unica libertà. Adesso sono consapevole di quel me stesso che avverte di non partecipare veramente a tutto ciò che vive. Sono costantemente altrove, in un posto che non saprei ridire nemmeno se mi convincessero a descriverlo. Qualunque stupido gesto è come se lo guardassi sospeso dal soffitto delle stanze, come se osservassi con sufficienza il mio strano corpo dare la mano ad un collega, fare un cenno per salutare un conoscente, parlare. E' una sensazione che non mi lascia mai. E' per questo che ho difficoltà a vivere e che ogni particolare assume l'aspetto di un simbolo, di un cataclisma. L'assenza è l'unica cosa che mi piacerebbe condividere e per assurdo è l'unica impossibile; sarebbe una parola da aggiungere alle cose che faccio e che non dico a nessuno, come scrivere una canzone o questi brevi pensieri, cantare, passeggiare a tarda notte da solo per le strade deserte come i matti; masturbarmi, raccontare balle pur di essere lasciato solo, toccare con passione le pietre delle mura antiche e sporcarsi di polvere le mani, o i panni di qualche sconosciuto, appesi al filo, in un cortile, ad asciugare. Sarebbe come fare di nuovo l'amore, una o tante volte come fossero sempre l'unica, come le cose che si ripetono ma a cui nessuno fa caso. Come le sole cose che riesco a sentire davvero. Le cose che, come te, non sono vere ma, in qualche modo, esistono fuori dalla realtà.
in ogni pensiero di te ti ho raggiunta dove non sei arrivata; l'ho fatto spesso in questa vita, che ne contiene tante; tutte, eccetto una, morte. Una convinzione appena un po' più solida o a lungo termine di quella che si ha di solito nelle cose della vita rende non più irreali di essa i nostri brevi sogni. Ho posseduto una Datsun una volta, una macchina affidabile, un ferro vecchio, con cui ho girato alla deriva; ho fatto l'autostop fino a Fairbanks, sono arrivato là dove la Stampede trail attraversa il fiume Teklanika. In un prato verde ho imparato senza crederci la lezione di Filete, leggendo dell'amore di Dafni e Cloe. Ho cavalcato ad occhi chiusi l'alone blu della sequenza di Feynman, come preso in un vortice; catapultato nel trionfo rosso della musica. E' una fortuna che tu non sia venuta. Ciò che si cerca fa paura credo e penso accada perché infondo sappiamo che l'oggetto ultimo della ricerca sia continuare a cercare. E forse alla fine non ti avrei voluto, come fossi un concetto astratto, qualcosa che non si può possedere, perché saresti stato l'altro che ho già avuto. O forse semplicemente mento e non so vedere le cose per quello che sono. La vista a volte è nitida, altre vaga, ed il resto ne è l'intersezione, sconosciuta ed inoffensiva, inibita, come le schegge di vetro opache delle bottiglie consumate dal mare che raccogli fra le pietre sulla spiaggia. E poi ormai ho smesso la pretesa di una visione chiara della vita, dote di coloro che hanno una sensibilità mediocre. Sono un masochista come i santi e gli atleti, vanitosi e sporchi. Ho fatto un sacrificio, un voto, un fioretto; l'ho radicato nella voluttà di quella accettazione che ti permette di farti sporcare, nello sconforto dell'indifferenza e della stanchezza per cui aspetti lo schizzo provocato dalla gomma nella pozza. C'è solo tedio in me e l'incredulità che l'altro esista, e la certezza dell'impossibilità di vedere la propria esistenza, che invece so di avere. Ascolto il clamore intorno a chi muore solo per sentirmi un po' più vivo. Lo so che lo fai anche tu, e che mi guardi per condividere la colpa; per questo abbasso la testa. I morti ad Haiti infondo non mi fanno alcun effetto; quasi nessuno il tumore che ha tolto per sempre dalla mia vista il vicino che ho visto poche volte; sono reazioni misurabili in rapporto a noi stessi, a quanto influiscono sulla nostra vita: questo, a conti fatti, è un accadimento che ha portato via una piccolissima parte della mia quotidianità. Già Aristotele sapeva che l'amore è una questione di abitudine o di intimità, quando non solo di utilità. E per lo più sono incredulo nei confronti di tutte queste persone con il desiderio di aiutare qualche bambino solo per alleviare la coscienza. O forse le invidio. Ma non riesco a separare la nobiltà della sofferenza dai corpi sordidi che l'accompagnano, dai surrogati del mondo dei replicanti. Solo quella è reale, mentre la sostanza del visibile è umida ed indeterminata come un acquerello o una gouache. Ho orrore delle donne incinte che se ne vanno libere e sorridenti per le strade; sono sicuro che esse ne avrebbero per gli aborti che portano in pancia se potessero vederli e non riconoscerne l'appartenenza al proprio ventre. Deve essere un lavoro difficile, perché Dio impiega nove mesi a travestirli. Ho orrore della saliva, del fiato, del muco che esce dal naso come la lingua di una salamandra appiccicosa; schifo per il cibo, per il pane del fornaio, per il prosciutto cotto ed i funghi porcini e la mozzarella che domani vomiterò all'interno di me stesso in una bottega fiorentina; per gli occhi che s'ingannano, divertiti dalla prossima puntata di Dexter alla tv. Naso, bocca, occhi, ano, sono solo buchi per l'aria, spesso fetidi; e lo sbattere dei denti e i peli lunghi fuori dalle narici come pinne di pesce mi fanno rabbrividire. Fori da cui si snodano le parole come nastri dalla gola del prestigiatore. Per noi abbiamo inventato un gergo fatto di silenzi e parole in libertà, un modo per non sentirsi imprigionati dal periodo ciceroniano e dalla teoria delle valenze; un linguaggio fatto solo di sillabe calde. Non posso consolarmi nel dare valore all'artificio, alla vita; e non perché sia vile, ma poiché ne sono consapevole. Tutto questo, ogni cosa che facciamo, dal discorso più astratto all'oggetto più concreto; le idee, l'esistenza, le persone e l'evasione che le correla, sono solo un problema di presentazione, un ente ornamentale. Se ti sogno, hai i piedi fasciati con seta, come punte di falce lunare, e non fai rumore fra i rami del loto d'oro. Non è lo stesso se ti guardo; non sento lo stesso, se ti tocco. La notte mi sveglio di sobbalzo con la sensazione di aver messo cotone nel naso come un pugile cui lo abbiano fratturato, o aver confuso i cunicoli dove si inseriscono i tappi per le orecchie. Ho la lingua ispessita, fiorita, strappata come una borsa con le cerniere aperte, che non mi permette più di masticare; e sotto ne sento una più piccola, sbocciata rossa ed infiammata come una tonsilla. Allora mi affanno a respirare, aumentando la frequenza, e comincio ad agitarmi, e so che quello è uno dei pochi momenti in cui ricordo di avere un corpo, in cui ho la piena consapevolezza di ciò che sarà e di quanto tutto ciò che mi sta intorno e che, spesso involontariamente, costruisco, serva a dimenticare la vita vera e a non meravigliarsi poi di poter nascere di nuovo, e perfino a desiderarlo. Venire alla luce, uscire dalla vagina del nulla è come lo scossone dato per caso ad un secchio pieno d'acqua; vivere invece, assuefazione alla morte e un'onda che si smorza, placida; un cadere giù e continuare a guardare a quei varchi luminosi che si fanno sempre più piccoli; tracce d'oro nel minerale della notte. Ad un certo punto dell'esistenza è così grande quella distanza che non ti accorgi più che si allontana; ed i crateri sono così vasti che continui a vederli, minuscoli, innocui, belli addirittura. Credi che questo non cambierà perché il quadro ti distrae, perché i desideri sono indefiniti come la fede. Ma un giorno scoprirai che è a quel vuoto che appartieni.
le luci fioche dei lampioni oscillano nella notte come teste vuote, intrattenendomi come gatti domestici mentre la mia vita cresce deforme nelle scarpe inzuppate. Ho le mani intorpidite ed il respiro affannoso. L'aria è intrisa d'acqua, consistente, difficile da inalare. Il viale è alto sopra di me e le cose che mi sfuggono non riesco più a raccoglierle perché non rimbalzano al suolo; si perdono dove non poggio i piedi, sotto a dove resto sospeso. Perché resto sospeso. Sono sdraiato, sudato nei calzoni corti dopo la corsa; posso vedere le radici degli alberi che gocciolano monotone, e le pance sporche dei cani che si animano e mi abbaiano come mi potessero spiegare i segreti che non capisco. Il cortile è marcio come il muschio in un presepe. Mi perdo ad osservare le tue scarpe mentre salgono le scale di casa, i pantaloni di velluto, caldi sul viso come fossimo affondati nei cuscini ad ascoltare i botti di capodanno, come le vecchie scatole in soffitta, piene degli addobbi di Natale. Ho bevuto troppo e non me lo ricordo, ho i ranocchi in pancia; oppure c'è qualcosa che non ho fatto, che ho dimenticato, o mi gira intorno il presentimento di ciò che dovrò fare. Avverto la ruvidezza della cucitura del colletto della maglietta sulla gola, come se davvero vi si fosse incastrato un pezzo di mela. Le pareti della laringe si appiccicano, come quando mi facevi mangiare quelle bacche agri che chiamavi strozzapreti e che adesso mi sembrano comuni bacche di ginepro. Posso parlare, ma senza scopo, e solo di ciò che vedo, il principale oggetto di sogno. Nonostante sia misero il corpo in cui sono esiliato non riesco a trovare il tempo per riflettere sull'unica vita da cui hai attinto e che mi hai regalato e che è sempre stata, che si è sistemata dentro, in uno strano modo. Eppure è così vicina, e la avverto così viva nella barba dura sul palmo della mano, nel battito incerto del mio cuore nelle tempie. Ma è più facile restare alla periferia pur essendo al centro, guardare oltre dall'isola verso dove l'inosservabile ricomincia ad ogni istante poiché non può essere conosciuto. Ciò che persiste è scontato e meschino nella sua complicazione, e disturba, e annoia. Più delle cose ho gambe e braccia e posso spostare la mia essenza qua e là, e nel frattempo provare sollievo a dimenticare me stesso e ad esercitare la crudeltà verso ciò che lascio indietro. Ma poi l'insofferenza della coscienza di dovere applicarsi alla vita mi stringe il petto, lo raggrinzisce come un dattero; e per un attimo vorrei provare a capire quand'è che mi sono perso, e tornare là a riprendere me stesso e fermare tutto a quel momento, e fremere, e che davanti e dietro ci fosse solo il deserto. Non sono nato in un giorno azzurro; non ho bisogno di trovare un posto. Mi serve un non posto dove essere sempre ospite, dove scarrozzare l'impazienza e disfarla ogni volta come una valigia, in modo che si acquieti un po' e riesca di nuovo a scorgere i simboli che mi permettano di pensare e di fare a meno di vivere. Guardo gli uccelli, le orme lasciate da coloro che hanno tentato di arrampicarsi sul cielo. Solo raramente mi capita; devo ancora imparare come si fa a vedere attraverso la transitorietà dei generi, ad ammirare i colori sgargianti e muti dell'autismo. E' il trentuno dicembre e, come ogni volta, ciò che si avvera non è il sogno, ma il tempo di sognare. Sono pronto per uscire verso la solita festa; ho le puma ai piedi, la fontana fredda in mano e le consuete macchie sulle spalle del colore del moscato, come una pioggia di lenticchie, un dono del sole, non previste eppure consustanziali a me stesso più dei miei compagni di viaggio, fin da quando ho un corpo. Il signor Vasques con i capelli lunghi mi aspetta alla fine di rua dos douradores, aggressivo nei pantaloni di pelle, da cavallerizzo. Occhieggia la strada dalle fessure della persiana, sul mondo che deve ancora accadere, pronto ad afferrare la prossima ora, come in una capanna mimetizzata nel mezzo del bosco, con in mano una doppietta, deciso a sparare ai passerotti. Non sa niente del mio mondo interiore; non gli importa di fare esperienza di ciò che gli pare astratto e assurdo. Le persone, le famiglie, gli amanti sono già ai tavoli come si fossero appena ripresi da una convalescenza durata un anno. Hanno acceso le candeline sui tavoli, rosse, come fosse un funerale. Ci sono gli stessi rametti appuntiti di ginepro. Bucano come reumatismi, cercano di tirarmi fuori da una placida indolenza. Le strade sono bagnate; i rami continuano a gocciolare. Qualcosa pigola ancora, inquieto. All'improvviso scoppia una fucilata. Vorrei poter continuare a dormire, oppure poter salire sul tetto di casa, e starmene solo, sdraiato sulla pancia, con gli avambracci aderenti alle tegole ed il mento sulle mani. Vorrei che la mia vita potesse restare un semplice commento. Ma mi devo alzare. Mi devo preparare. Gli ospiti mi aspettano, senza valigia, senza documenti di riconoscimento. Sanno già meglio di me chi sono. Adesso vado, perché è l'ora di andare.
è incomunicabile ciò che abbiamo posseduto. La proprietà non appartiene alle parole, che si limitano a scimmiottare le cose. Vorrei che sapessi quanto è vero ciò che non ti ho detto, allo stesso modo in cui hai conosciuto il sudore del mio petto contro la tua schiena. Potresti vedere con i miei occhi le mattonelle fredde del tuo bagno angusto, del colore dell'acqua sporca; la bilancia su cui dondoli un po' ogni mattina, concentrata, e la fila di scarpe consumate di te e dei tuoi genitori, indossate quasi tutti i giorni, che segnano il percorso a cui non si fa caso. Uno dei tuoi capelli lunghi e profumati se ne sta attorcigliato nero in un angolo; il mio corpo muscoloso è nudo nello specchio, un po' ridicolo col profilattico spiegazzato come un calzino, non ancora sfilato: è l'istante incredibile ed irripetibile in cui tutto il tuo ed il mio mondo sono fioriti insieme, in una notte d'aprile, e subito sono gelati senza che ci fosse nessuno a darne testimonianza. Ciò che crediamo di aver vissuto, e le frasi; tutto ciò che insomma è stato scambiato era palesemente falso. La verità è rimasta solo in me. Oggi la neve si rovescia all'improvviso dai pini, setacciata come farina, come uno spillo che cade su rette parallele; o li spezza all'improvviso come denti. Mi diverte osservare l'ombra dei fiocchi su quella appena caduta, impazzita come bolle d'acqua, frenetica come api che portano il polline da fiore a fiore; sottile ed impercettibile, come i nerini del buio che si nascondono fra le travi vecchie di una soffitta. E' strano non aver deciso quanto tempo debba passare prima di accorgersi che manca poco tempo. Succede perché non ci si pensa e, se per pura casualità ti passa per la mente, sembra di non avere lo spazio di soffermarsi o si crede che se ne avrà altra occasione; soprattutto si è certi che sarebbero altre menzogne. E' la stessa cosa che faccio qui: rimando, costruisco sopra, ammucchio; vengo continuamente distratto da altro. E' una scelta consapevole infondo, perché sotto c'è la verità, e le verità è noiosa e vuota: c'è tutta la banalità che sta dietro le mie parole, la grettezza su cui le soffio a caso come foglie d'autunno. Non ho il coraggio qui di raccontare gli amori mancati e neppure di constatare la realtà che vivo ed a cui non mi rassegno; e non so se sia vero che mi manchi o sia solo una presa di posizione. Infondo me ne frego degli altri eccetto in ciò che costituisce la carnalità che mi lega a chi mi ha generato, ai miei genitori; ed anche nei loro confronti spesso sono vittima di una spietata volubilità. L'attaccamento che a tratti provo probabilmente non è che l'altra faccia dell'abbandono, della lussuria che ho per me stesso. Ma la simpatia perfetta, quella la ricordo, e la sintonia e l'affetto, oltre le cose dette: nei gesti, perfino nelle direzioni del camminare, nel modo di rannicchiarsi con i piedi sotto le ginocchia, e le ginocchia contro il seno; nell'ordine d'importanza dato alle cose. Anche queste, se le osservi bene, sono sensazioni con una connotazione sessuale, posizioni da Kamasutra. No, non esiste amore nel senso che lo cerchi e arrivi al punto in cui lo puoi toccare, ma quella comunanza che c'era non era neppure qualcosa di costruito o di culturale, non proveniva dal vissuto. Era naturale, inaspettatamente simile, conforme a tutto ciò che adoro in qualcuno senza spiegazione. A te avrei potuto raccontare con facilità ciò che non ho raccontato da bambino neppure a mia madre, e non perché tu mi potessi capire o apprezzare, ma semplicemente perché di fronte al tuo viso e al tuo sorriso le parole mi uscivano con facilità dalla bocca: anche a me, che non parlo mai ed ogni sillaba mi sembra uno sforzo. Non c'era alcuna paura: come quella volta che ti ho raccontato dell'amico che ha insistito per farmi un pompino e per te è stata come la cosa più naturale del mondo; non per l'atto in sé, ma perché ti sembrava bella ogni cosa che riguardasse me. Tu l'avresti presa la mia sborra in bocca. Adesso penso che fosse vero, anche se non reale: il vero che non ci riguarda, un tentativo fallito di costruire una cosa bella, non quello di cui sempre si parla e che stimiamo in termini di durata. Era un'idea che abbiamo avuto, subito dimenticata, ma per caso. Era molto rumore per nulla; se nulla è rimettere le cose a posto, se mai hai avuto un posto. Ora che si è fatto silenzio riscopro di nuovo l'amore adolescenziale per la vita sbandata, l'unica che ho sempre sentito davvero mia e che ancora non ho vissuto e probabilmente non vivrò mai. Ora che lo spettacolo è finito, cala il sipario e dovrei, ma non mi va, ballarci su.
provo di nuovo a legare i giorni compiuti, quelli appesi ad ogni piccola cosa, ai libri che non posseggo più, regalati a persone cui non potrei chiederli indietro; alle maglie rubate come ricordi, ormai staccate dalle maglie della catena. Li rimescolo nelle mie frasi affollate di oggetti e nomi, con soggetto predicato e complemento, stipate strette, con i polsi legati con i lacci alla branda del letto, affinché non si possano masturbare; riducendole all'osso, finché non coincidano. Le parole latrano, ringhiano; inghiottono le frasi, se le mangiano; non si ritirano mai e se ne sbattono di un andamento obliquo. Le parole non eludono mai una domanda, né ne formulano di nuove: hanno solo risposte; e non passano il tempo ad elucubrare come te su come far passare delusioni per successi con l'unico scopo di coprirne altri; non hanno tempo per morire o vivere di disinteresse; si riconoscono già sopra ed a dispetto della vastità. Devi solo fare attenzione che non consumino se stesse. Devi scriverle o nominarle tre volte, perché ogni cosa è padre e figlio e spirito santo, e nutrirle di pianti e sorrisi; gridarle e strattonarle ogni tanto se non vuoi che presto scompaiono in lontananza e vadano perdute come monete scivolate via dalle tasche. Ed io non dimentico mai di farlo nonostante non sia l'ultimo fra coloro che forgiano reticenze e le stendono come teli bianchi per la polvere sui mobili dei salotti; magari senza farmi notare, ripassando a memoria i gesti più insignificanti e le espressioni cullate nei ricordi; spulciando fra le inflessioni delle voci ed i discorsi altrui alla ricerca di chi sono stato mentre ce ne stiamo rannicchiati come ghiri al buio sotto la fiamma tenue dei funghi calore. E scorro le cosce nere e le maglie calde di ogni calza nuda, barcollando fra lo spritz ed il negroni nel tentativo di non sentirmi più invischiate le mani nella patina di grasso di cui è rivestita ogni cosa; di arrivare là dove la pelle è liscia e gli odori sono forti; dove poter toccare le cose che hanno smesso di cambiare, impermutabili e primordiali come piramidi, invece di aggirarmi come un turista fra le barriere dei percorsi guidati. Quanto più sono liquido e comincio a perdere la sensazione di portare qualcosa addosso, tanto più mi sono familiari le facce degli amici pitecantropi in cerchio ai tavoli come nelle caverne intorno al fuoco, ominidi che circondano il palco dell'improvvisazione teatrale. La sala è piena. Stringo in mano il cartoncino bicolore, bianco e blu, per le votazioni, spiegazzandolo con nervosismo. Gli spettatori sono scalmanati con se stessi, desiderosi di essere qui per caso come buste mai a destinazione. Hanno le fronti piene di rughe, malamente cancellate, sempre reindirizzate. L'arbitro è simpatico e pelato, a strisce bianconere, d'acciaio come il fischio che porta alla bocca; ha un cazzo grosso e pigro sotto la calzamaglia. Non c'è coscienza adesso, ed è una di quelle rare volte in cui riconosco l'amore sotto i rami intricati delle relazioni dell'ontologia, sfilando a lato della singolarità e degli archi di tempo e della serie infinita dei movimenti ricombinabili e delle proprietà perse, sollevato come la polena della prua di una barca sulla verde immensa distesa dell'empatia schiumata. Gli attori si rispettano, non si danno mai sulla voce; quando inevitabilmente capita, per sbaglio, ne provo pena. Alcuni, i meno esperti, intervengono poco, rimangono in silenzio per qualche minuto, facendo smorfie, mimando qualche gesto semplice: tagliare il pane, stendere il bucato; e questo è quasi l'unica cosa che riesco a seguire dello spettacolo: ciò che state provando in quei momenti. Non m'interessa della storia; e se ridete, non vi capisco. Sono nel mezzo del ghiacciaio adesso, come un androide paranoide; la mente è un piccolo posto, un buco oscuro, su cui se ti concentri o se ci guardi dentro, non può che sembrarti un luogo largo e sconfinato. In realtà è senza verso e con un singolo univoco significato, come un palindromo. Lo puoi leggere o rileggere come qualunque routine, sogno, avvenimento della vita: le cose che riusciamo a rendere coese, non più grandi di un grumo di sangue. Pochi istanti sfocati e siamo di nuovo all'esito. Tutto va in disfacimento e riprende a frazionarsi: i personaggi corrono sfiatati; le luci annaspano, calano fino a scomparire, come un fiammifero che si spenga nel ventre di una balena sprizzando le ultime scintille. E' ora di alzarsi dalle sedie di plastica, di tornare ciascuno a casa propria, alla solita affettazione. Le facce dai nasi eccitati, in erezione, sono tornate piatte e camuse. Raccolgo come uno spazzino i miei pezzi carta, con un po' di disappunto, scrollando le spalle. Hai una bella maglia rosa ed i capelli lisci, di castagno. Avrei voglia di arrampicarmi sulle tue spalle e di graffiarti il dorso come un gatto, di fare una violenza qualunque, un unico atto che permetta di tirarsi fuori, di sbarazzarsi del resto. Ma indugio sul metatarso, l'effervescenza mi percorre le dita. Siamo tutti rigidi ed incredibilmente distanti come la voce di un contralto, intenti a rassicurarsi. Ho il grugno di un maiale. Sono pieno di barzellette sconce che non saprei ridire. Non resta che il caldo dietro ad un parabrezza, e gongolarsi nei vestiti, sulle strade scavate dalle auto, e ripercorrere più e più volte gli stessi sette ponti finché qualcuno mi riconosca. Accendo la luce. Mi spoglio. Le gambe nude penzolano dal letto. Le pupille sfolgorano. Ho mal di testa e macchie di cibo e cocktails sono sparse sui vestiti. E’ l’ora della pace e del silenzio ma aspetto ancora un po' prima di dormire; un po' di tempo per sognare ad occhi aperti i canali e le isole di Königsberg, dove l’aria è fredda e cristallina; dove la pelle degli sconosciuti è bianca come quella dei bambini. Ancora un po’ per ammirare l'irrisolta bellezza del perdersi e dell'unicità.
la fottuta, brutale verità, e non collette e telegrammi con cui si liquidano i funerali allo stesso modo dei compleanni; e far l'amore con la donna ispida, con le gambe di cactus, al posto delle costruzioni della delusione, delle deboli tracce della sollecitazione, difficili come l'alfabeto dei Maya. E mi vedo affondare nella sodaglia mentre cerco di divincolarmi come su una gruccia, un po' stropicciato, con la forfora nei capelli, cercando di immaginare il ponte. Ogni volta è una nuova autoscopia; perchè i ricordi sono la realtà, mordono come pulci, e tu sei l'esperienza al di fuori di essi. E come sono vivo se mi vedo con le scarpe impolverate, affondate nella ghiaia bianca come le braccia della bambina di Saigon; toccato dal vento, nel mezzo agli ombrelloni della libertà, a strisce azzurre e bianche, volati al di là del muro; al ritmo del charleston, con in mano la rosa dei venti, ascoltando novelle africane. Condensato nella trama delle superfici urbane, vittima dell'angolo acuto dell'osservazione, infiammato, ferito dalla lucentezza della lacca nei capelli; sensibile come quando non avevi ancora conosciuto nessuno, come quando sei stato abbandonato da qualcuno. L'unico che sa chi sono sei tu, che guardi da sopra al letto, con la testa pesante, il sonno greve di papà; che lo tiri per la mano rattrappita e dura provocandoti dolore; e tu, che leggi la fierezza tacita di mamma sul suo bel viso, ad un commento semplice sulla sua buona cucina. Sono di nuovo a questo tavolo, con le stesse ed altre persone. Non so se ho già preso l'aereo per Praga o devo ancora partire. Il venditore di rose canine è caldo dietro la mia schiena, ogni volta con una faccia più scura. Ci ubriachiamo e ci infradiciamo degli altri, non diversamente da uno qualunque degli oggetti permeabili, come un mucchio di fieno ridotto a strame al tavolo di un ristorante. Sciolgo un uovo nell'acqua e te ne cospargo il corpo: ché questo sia il giorno della tua rinascita, oltre l'impostura del riconoscimento di ciò che incessantemente cambia sotto un nome, dietro ad una direzione, eliso nella simpatia degli altri human beans. E quanta perfezione c'è nelle uova di Mozart in fila fra i cristalli di Boemia, mentre cammino stordito dalle fotografie in sequenza, annebbiate dal fumo del vino caldo che sa di cannella, alla ricerca di un bottiglia di Slivovice o Becerovka. I senza tetto ci osservano, confusi fre la folla di piazza dell'orologio; aspettano che gettiamo gli avanzi del nostro pranzo frugale. Il giullare sui trampoli fa roteare i birilli in aria, nella luce intricata dei palazzi illuminati. Ha una bella bocca, sbavata di rosso fin quasi alla punta delle orecchie. Il jazzista di strada suona uno strano strumento di legno a percussione: ci picchietta e ci struscia le dita, protette da dei ditali di metallo; meno silenzioso di mia nonna quando cuciva, ma dolce e sconfitto allo stesso modo. Dev'essere comoda e calda la sua mascella sotto la barba folta. Sua nipote tiene la cesta delle offerte, ha il viso sbattuto e lo sguardo assente su una testa bianca che sbuca sopra ad una tutina rosa un po' stretta e consumata. Lei ha i miei stessi sogni ma ancora non sa di averli. Fa freddo; ognuno di noi riesce a conservare delle piccole sacche di tepore, da qualche parte, sul corpo, sotto i vestiti. E' difficile condividerle con gli altri. Il resto parla nelle orecchie, come ti conoscesse da sempre, e tu non sai riconoscerne neppure una parola. Ma quando tutto è distorto è più facile percepirne le differenze: non si è distratti dalla complicazione appuntita delle cose; riesco a vedere attraverso la mia e la tua carne vizza con l'empatia con cui si guarda dentro se stessi, traboccando negli occhi liquidi di San Francesco in estasi; rivolto al cielo come lo sguardo di Sonny Linston al tappeto. Ogni nuovo momento, ogni singolo appuntamento e le esperienze che facciamo sono pavimento che crolla, ed il non raggiungere mai il fondo è un po' come guardare la terra agganciati ad un'orbita, in continua rivoluzione, frustati sulle spalle dal flagello massiccio del soldato nella flagellazione del Tintoretto o catapultati nella pace pingue degli dei dell'Olimpo di Rubens; o carponi, come la vittoria che incorona l'aquila reale, un po' titubante, coi calcagni sulle ginocchia sporche del turco. Cammino in queste sale lucide con lo stesso spirito con cui mi arrampicavo sui sentieri nel bosco, fra le foglie dell'erica e del ginepro rosso, come se a incombere fosse sempre la passività divenuta attiva del poter rotolare; e buco l'aria allo stesso modo in cui respiro, con Geremia che dal basso punta il dito in mezzo a coloro che sciolgono l'innocenza dai capelli come fosse un nastro bianco, recitando sempre la solita noiosa pantomima. E non riesco ad entrare nei disegni dei bambini di Terezin, nelle loro teche di vetro. Sono come foreste che vedi dalla strada o da un aereo sul fondo della vallata. Non è come quando ci siamo persi nel bosco e sarebbe stato bello anche essere sbranati dall'orso. Proprio come scriveva Thoreau: possiamo succhiare l'essenza della nostra vita solo quando abbiamo raso al suolo tutto il resto, quando si fa buio e non ce la fai ad orientarti. In quel momento, sotto la croce, mi sono accorto che avrei saputo proteggerti e rassicurarti non perchè eri tu, ma perché ti eri convertita ad essere viva come me sotto la luna piena. Quei bimbi sono ormai morti, in pace come la testa pelata ed il torace emaciato del Mahatma Gandhi in quella foto in bianco e nero che mi affascina tanto; impenetrabili come le enormi lapidi del cimitero ebraico, ammassate le une sull'altre, che li proteggono. Ci sei tu qui accanto. A breve dovrò rientrare a lavoro. Abbiamo prenotato solo per qualche giorno. Ogni sera saliamo in groppa all'albatros che ci aspetta sulla riva della Moldova e continuiamo a litigare sugli sguardi lanciati ad ogni ragazza bionda come Alice nel paese delle meraviglie che mi faccia innamorare. E' facile invaghirsi della gioventù, anche se non ha faccia e personalità. Questa è la normalità. Adesso sono vicino ad un nuovo io. Potrei facilmente rientrare in una delle tante e ed accurate statistiche sulla popolazione di Framingham, nel Massachusetts. Ma a volte mi punge forte: rimpiango fino a struggermi quella indefinita sensazione d'assenza che fa avvertire meglio la mancanza di se stessi. Se avessi la possibilità di scegliere un'altra vita sarebbe comunque bello poterti mettere in valigia. Vorrei che vedessi che questo lo dico col sorriso.
c'è tanta gente alle nozze di Cana, ma tutti si interessano solo a chi trasforma l'acqua in vino e sta già fuori dalla bolla. Ed invece un delfino è in ogni poesia, come in ogni mare. Non si dovrebbero gettare reti in acqua. La faccia dell'uomo è pensierosa, senza misteri, e con tanti denti di fronte al miracolo; seppellirà tutto nel sangue e non ci saranno più pianure sconfinate dove non avvertire mai la sensazione di essersi persi poiché non si sono potute imboccare strade sbagliate. Quanti uomini per le vie affollate come di spighe di grano, con la schiena affrancata dai campi che non hanno bocca, dalla terra antica che conserva idee nelle caverne come ricordi inconfessati. Le loro facce, piccole come chicchi d'orzo, abitudini ad una quantità di dolore, sono protette dalle frottole d'aria che gli escono dalla bocca, dalle montature precise e fragili degli occhiali, dalle mani ancor più piccole, così tutte simili ed avide sulla diversità dei genitali altrui. E' così strano e contorto passarsi accanto e che ogni emozione ruoti intorno e converga alla linea ed al cerchio. E come abbia potuto abbandonare ogni autostoppista al margine della strada, mentre avrei voluto prenderlo a bordo. Sento la paura che ci alita nel petto, la stessa che mi saliva alla gola quando ti baciavo e carezzavo di lato la tua testa bionda e liscia, gonfia di tanto cervello, prima nell'orto dei limoni, poi sotto la statua del sommo poeta, sempre così accigliato. Per quanto fosse dolce, ho sempre provato desiderio e repulsione per ciò che nasce nella deformità; e soffro del fatto che gli occhi non si possano toccare là dove luccicano e spumano come la chiocciola che si ritira nella conchiglia. Conosciamo l'introspezione solo verso l'esterno, nel disporre i fatti e le persone sui mobili come maioliche affinché ciò che esiste e noi stessi siamo compatibili non solo all'esistenza ma anche all'immagine che ce ne siamo fatti. Ma niente si può dedurre da questi isomeri, se non le copie invidiate delle rappresentazioni di un unico canovaccio. L'ossessione è spargere ovunque questi idoli mummificati come candele, tutti con la nostra stessa faccia. E la vorresti poter lasciare impressa nella carne e stamparla sui libri, firmata nei quadri come la pisciata del cane sul prossimo albero, sulla prossima inferriata. Ed eccolo là il tuo sosia che ti viene incontro, per le vie del centro, appena fuori dalla porta di casa, dietro ogni angolo, malato di fregolismo proprio come te. La tua bocca può cambiare accento ed i tuoi occhi espressione. Soprattutto puoi scopare di più, scopare negli altri ogni altro te stesso. E scavare, scavare, scavare ancora. Appuntare la matita. Ma non hai mai niente in più; non sai mai niente di più. Esistono reazioni ma non colori. Tutto fa parte del sistema; non c'è cosa in sé. Ed ogni forma di coscienza ed esistenza è solo uno degli infiniti microsistemi, dei tanti freni tesi come molle. Se ci pensi, il secondo principio della termodinamica lo puoi applicare a tutto: ai corpi in decomposizione, alle società, agli artefatti, alle famiglie che si disgregano, ai figli che se ne vanno, all'ubi sunt dei popoli antichi, alle lingue e a tutto il resto. Ed ogni mano che stringo ed ogni cosa che vedo o provo è un argine provvisorio di fronte all'aumento dell'entropia, prima di nuovi argini. Ogni cuore è destinato ad essere infranto. Specialmente quelli pieni di speranza, affaccendati ed impegnati dietro ad ogni cosa su cui sperimentare un'inconscia, inattuabile sottomissione. Come quelli di queste ragazze accampate nel cortile dell'università, fra le buste dell'Ikea ed i palloncini colorati. I loro polsi stretti lasciano trasparire deboli vene di colore opaco, la pelle di un lombrico. Disquisiscono senza senso su ciò che non conoscono, di Gaza e della Palestina, appoggiate alle cassette della frutta "orchidea". La più carina ha portato una chitarra sulla cui cassa ha scritto la parola "ribellione" con un pennarello rosso. E' una specie di contrappasso l'illusione di fermare il tempo e la storia, non diverso dalla casualità della distribuzione delle molecole sul tuo bel viso. Non c'è nulla in quella parola. Avete portato troppe cose. Vi siete vestiti. Di qui a qualche giorno ve ne andrete. Nel frattempo, con qualcuno di questi ragazzi, fra una parola e l'altra, vi stuzzicherete i genitali e sarete già scesi a compromessi. Lo striscione si sta già inclinando. I gabbiani sono in cerchio sulla vostra orda di schiavi, come sui letti degli ospedali, come sui gladiatori nell'arena. Presto qualcuno o qualcosa morirà insieme ad ogni labile pensiero e non resterà nulla di un'idea. Ribellione è un po' d'acqua su una tavola liscia. La libertà che cerchi è sacrificare tutto e subito. Tutto e subito è il corpo che ti tiene in braccio.
la notte è stata breve nella terra dei Lestrigoni, come in un sogno. Non sono riuscito a vedere il cristo nero segregato nella chiesa: ci volevo andare a tutti i costi, per nutrire la mia blasfemia. Al mattino mi hai preparato la colazione raccontandomi del Linus che leggevi da bambina. Poi siamo stati alla buca delle fate, schivando lo strappo selvaggio del cervo, disorientati dai nuvoli di terra sollevati dai trattori. C'era un setter scuro che faceva il bagno tuffandosi dallo scoglio; le inflessioni nell'aria erano tutte di ragazzi emiliani. Per arrivarci abbiamo percorso un viottolo polveroso e scosceso lungo il quale qualcuno si era arrischiato a piazzare la tenda nonostante la miriade di fazzoletti bianchi di carta pieni di merda dietro e davanti ai cespugli. Mentre scendevamo mi sono ricordato del capanno di tralci di vite non lontano da casa, quando ero bambino, dove mio cugino mi strusciava addosso i genitali. C'era lo stesso sole, la stessa sensazione di fare qualcosa di illecito. Adesso come allora non so perché sono qui; forse per dirti che un pettine serve a pettinarsi i capelli, un cucchiaio ad assaporare la minestra, una penna per gli appuntamenti importanti. Sono sicuro che tu mi sorriderai e sarai indulgente, ma, nonostante questo, ancora avverto una sensazione di colpevolezza dentro di me, e non riesco a capire se tradisco te o me stesso. Una sola strada ci è consentito di percorrere nella vita: abbandonare se stessi o gli altri; e può essere una scelta solo in qualche caso, di solito è necessità. Le altre possibilità sono soltanto compromessi e scorciatoie per la sconfitta. La vera libertà è degli orfani, dei derelitti, degli assassini, dei santi. La strada per casa è di sicuro la più lunga da percorrere da qualunque posto tu parta, ovunque creda di arrivare. Il sistema di regolazione smussa le asperità, uniforma le idee, appiattisce le sensazioni, ti inietta morfina nella vene. L'invarianza conduce inevitabilmente ad un fine, alla fine. Per me è già tardi, perchè la salvezza è non arrivare mai al bivio dove la strada si fa comunque più aspra e sei costretto a liberarti di una parte di te, come di un vestito troppo pesante. Ed anche adesso non credo di essere questo o quello, o chi scrive e cosa ha scritto. Fatico a riconoscermi se non fosse per i granelli di sabbia che si sono incastrati fra le dita dei piedi. I segnavento colorati girano su se stessi imperturbati. Le vespe ruotano ipnotizzate dall'acqua come lo scarabeo dal filo che ha legato alla zampa. Indietreggio verso il non spazio di cose raggiungibili; la traversata è profondo blu, lo stomaco è freddo. Ho paura per tutte le mie fragili cose, per i miei sigilli. Avrei voluto non imparare mai l'uso delle cose così da non finirne all'apice, disintossicarmi dalla pressione come il falco alto e nero sulla solitudine irreale del castello diroccato di Casteldoria, decentrato, al comando di se stesso, ed emettere solo il suo stridio. Le parole, un po' dure d'orecchi, fraintendono ciò che voglio dire. E' un bene che, per lo più, non abbia niente da dire. Mi sono sempre pentito di aver parlato o scritto; una delle leggi di natura che l'uomo dovrebbe ricordare è che un animale deve fare di tutto pur di non svelarsi ferito; ed invece continuo a comunicare per non far sentire agli altri il diritto di annoiarsi o la paura di vedersi sorpresi a disinteressarsi; ed è l'unico espediente che mi permette di non essere altrove. L'espressione è ciò che non ti aspetti, il tentativo di cambiare ciò che era già perfettamente espresso affinché non si riconosca più. Ed è allo stesso tempo una metafora dell'intrattenimento, del lavoro, delle relazioni, della famiglia. La conservazione e la salvezza, e perfino quella che chiamiamo felicità non fanno parte dei gesti d'istinto. Ogni cosa è programmata e la finalità è il programma stesso. Un'ape affoga nel secchio bianco dell'acqua, una farfalla nel bicchiere di tè caldo. Li appoggio sul palmo della mano e mi fermo ad osservarli; un ingranaggio non ha importanza in quanto vivo o morto. Non c'è nessuna via rettilinea verso l'ignoto, ma essere arrivati qua è ciò che dev'essere compiuto, essere in ogni istante già a destinazione ed alzare le mani affinché tu possa credere di sentirti sicuro e a posto come un auto nuova in vetrina, la tavola imbandita, le stanze senza un filo di polvere. Ed è la buca che copriamo, il salvadanaio riempito fino a scoppiare, gli strati di cera di cupra sul tuo viso; il di più che essere semplicemente ciò che siamo: luoghi spogli adatti alle idee, bisogni di cui è costituito l'universo, in giro come fantasmi, in cerca di un corpo da abitare; e sono tutto quello che c'è per ogni disegno e grafia, nella carne di ogni uccello in gabbia, nudo. La coscienza non è nient'altro che quella cosa che non si stende per l'arco di una vita, ma si ripiega su se stessa. La libertà della coscienza non può che essere ristretta in un assunto. L'anima è un indiano con l'orecchio poggiato al suolo in attesa della prossima carovana da assaltare, il corpo un lenzuolo appeso al filo, agitato dal vento. E non importa cosa rimanga di noi con gli anni o cosa facciamo di queste membra d'argilla. Non fa differenza chi compia questa o quella cosa e se sia compiuta, poiché il tempo è un contenitore d'infinita capacità e c'è sempre abbastanza spazio per caderci dentro. Eppure quanta affezione per chi mi sta vicino e quanto odio, e noia ed entusiasmo, rabbia e desiderio per tutte queste stronzate che cerco di decifrare, per le prove, gli abbozzi che facciamo continuamente del nostro passato, non diversi dagli scarabocchi a matita della mia infanzia sui fogli da disegno Fabriano, conservati in una cartellina verde, consumata, sotto qualche mobile della mia vecchia casa, dove c'era solo futuro. Li tengo in mano come talismani mentre il sangue infuria, mentre torno bambino e mi vedo fra gli altri adulti. Una sola cosa occupa le loro facce larghe e grasse, lunghe e strette: il desiderio carnale, la fabbrica dei luoghi e dei contenitori. E mi rendo conto che le nostre stupide e grette idee sociali, economiche e sessuali sono sostanzialmente identiche a quelle naturali, regolate dal principio dell'esclusività di desideri temporanei e morti ripetute che si svolge lungo un processo di digestione in cui ogni novità sovrascrive ogni certezza d'emozione, ogni io precedente, fagocitando tutto per attrazione e terminando ogni contingenza. Siamo spreconi quanto la natura. Qualunque cosa fai o vedi la puoi ridurre ad uno dei milioni di esperimenti, tutti andati male. E tutto ciò che è innumerevole e singolo si esaurisce senza consumarsi, come i miei passi incerti su questo pavimento liscio dove mi porti a fare la spesa. Chiaramente la fai tu, io mi limito a spingere il carrello, ad approvare con la testa alla confenzione di pan di stelle, al barattolo della nutella, perché in queste cose mi sento sempre molto stupido; perché al chiuso, in mezzo alla gente, mi prende l'ansia. Penso ci siano più possibilità che noi abbiamo generato l'universo piuttosto che il contrario, in noi c'è almeno una combinazione in più: poter creare ciò che è improbabile nel dominio del possibile, e non in quello dell'ignoto. Ed un supermercato ne è la prova. Un supermercato deve somigliare molto alla cella di un ospedale psichiatrico una volta che siano stati rimossi tutti gli scaffali su cui si espongono i prodotti. Ed un ospedale psichiatrico somiglia all'universo smascherato. Matte sono le persone che non sentono la necessità di ciò che fin dalla nascita ti hanno costretto o insegnato essere indispensabile. Giro in cerchio per le corsie e provo a respirare. E mi basta questo. E' questa diversità a mezz'aria che mi rende felice come quando hai bevuto troppo o troppo poco e non hai alzato la mano dalla coscienza di te stesso. Il carrello della mia immaginazione è vuoto; mi hanno chiuso dentro e aspetto la prossima apertura. Ci si deve sentire come non essere ancora nati o già morti al freddo della macelleria. Ma tu mi chiami ed usciamo. Io cerco di venire giù, di riattivare la conduttività della mia pelle. Una cicala pulsante nell'erba è ciò che ho sentito più vicino oggi. Nulla fiorisce quassù. Nessuno parla fra cielo e terra da queste fauci pestilenziali. Non vedo la cascata originatasi dallo squarcio nella roccia del dio serpente. Ho paura di raggiungerti, di muovere le labbra. Il seme del terrore cresciuto nell'amigdala dell'universo è la paziente ingenuflessa costanza del nulla se io posso accendere la televisione. C'è del filo spinato attraverso al mare e neppure qua si può passare. Nuoto convulso, sempre sul punto di affogare; anche adesso, mentre mi passa vicino una coppia di giovani ciechi che corrono euforici nel sottopasso della stazione. Il treno sta arrivando. Muovono davanti a sé i bastoni di metallo. Oscillano a destra e a sinistra come la gonna gonfia di vento di una ragazza senza volto che dia le spalle ad un tramonto sulla cima di una scogliera. Cammino piano, senza respirare. E' il mio stesso treno. Non lo perderemo. Salgo le scale. Corro. Mi aggrappo. Ti sento di nuovo. La nostra barca è l'unica che si è salvata. Sono ancora vivo.
sono intrappolato in fondo ad un pozzo; sento il petto stringersi. Apro e chiudo le finestre. Avvolgo e svolgo le tende. In superficie l'erba sibila come una biscia, ma nell'oscurità posso dimenticare i miei errori. Posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto. Queste mura hanno la barba, non sono più bianche come le pareti di casa. Un giorno, senza preavviso, con facilità, ho perso l'innocenza. A te sono venute le mestruazioni. L'aria è mefitica adesso. Il sudore mi irrora la faccia. Tiro fuori la lingua e la sfrego sopra il labbro superiore. E' salato ed acido. I bambini non hanno smesso di dondolarsi sulle altalene. Mi piacerebbe poterli raggiungere se solo avessi le ali. Quaggiù, almeno, posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto. Affondo come una pietra. Sono inzuppato fino alle ossa. L'acqua mi copre la faccia. Non ho fatto che masturbarmi oggi, per svogliatezza. Le mani finiscono per andare sull'unica cosa su cui hanno un controllo e che sa dare un piacere direzionato. E' sera. Finalmente torno al mio posto. Posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto. Ho fatto la doccia. Ho sogni che non ho mai avuto: mio fratello con un braccio mozzo conserva in un cassetto l'arto da ricucire. Ha un'espressione tranquilla mentre scende le scale. Le spalle sono ancora larghe. Il melograno alla sua destra ha fatto pochi frutti quest'anno. E' stato potato. Non ho alcuna fede, nessun desiderio escatologico che non sia la fuga. Adesso posso spengere il cervello, cercare di essere meno evasivo con me stesso; non spiccicare parola. La realtà è irretita dal mio respiro. Sto scavando un canale intorno al non luogo che è me stesso sotto gli occhi gialli e vigili di una lince. L'ho incontrata dietro un cespuglio mentre camminavo, solo, attraverso un sentiero nel bosco. Ha riconosciuto la mia umanità, con occhi fissi e vacui. Non sono ancora riuscito a fare un'isola del mio isolamento. Sono ancora un'enclave, accordata a ciò che la circonda. Condivido con te una piazza liquida. Ho fatto una copia delle chiavi. Ho ancora bisogno di venirti dentro, di aspettare friabile come la rena, accerchiato dal prosimetro della vita, da stronzate di lirismi; inappagato, cercando ogni giorno il modo giusto di rivedere le cose, con ostinazione, con rancorosa appartenenza e separazione. Ma ho di nuovo le mani attorno al cazzo, oscene; sto aggrappato come ad un remo, come un uccello al ramo. Il resto non conta. Farò affluire tutto là, nell'impianto di drenaggio. Piscerò pepite d'oro. Sarò il termometro della mia febbre. E' il solo modo per cambiare l'unica prospettiva, come un volano. Appena venuto puoi concentrarti sul nulla su cui hai costruito. Gli uomini proiettano il mondo in modo distorto. Ogni cosa è una incredibile immagine anamorfica. E' sufficiente guardare sotto una gonna o infilare le dita in una vagina, per riconoscere un teschio attraverso l'ordito. Il sesso è un ambasciatore di morte e di vita, travestito di piacere, che è l'unica cosa che vogliamo vedere, su cui possiamo competere e commerciare, attenuando la verità. Ecco che adesso s'ammoscia. Posso ricominciare ad incancrenire. Posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto. I denti riprendono ad annerirsi ed a marcire. Il tuo ginocchio scotta, devastato dall'artrite. Anche se sto rinchiuso qua, non sono che un frammento, un brandello d'avanzo del pasto di uno squalo. Il lavorio continua, insieme al disagio, come una distesa instabile di invertebrati sul fondo marino. Come se anche questa non fosse una perversione. Non c'è libertà dove c'è bellezza, nessuna libertà nell'istituzione della libertà. La società è un tentativo di sovvertimento che lascia immutato il centro, un premio in più per i più forti, per lo più inutile; una edulcorata giustificazione. Il tuo unico vero spazio è l'asta del tuo cazzo. Intatta fra inguine ed inguine. La sola serratura alla stanza privata della tua carneficina, dove tutto è lecito. I materassi sono permeabili. Oltre l'ombelico non c'è che evanescenza. Ho una corazza addosso su cui tutto s'infrange. Se provo a quantificare, non posso sopravvivere: quanto manca dopo che hai compiuto settant'anni; la lunghezza della strada che ci ha portato fino alla casa del rospo prima della cascata dell'Acquacheta, la via ardente all'Erebo. Immergo i piedi nel laghetto e si fanno di pietra. Gli alberi ghignano. L'acqua scroscia come l'interno del tuo stomaco. Quando scopiamo ho paura che ti si contorcano le budella. Hanno un linguaggio ermetico. Credo che la coscienza sia il rumore della realtà imballata nel sacco del cielo, la devozione ad una casuale intuizione, ad un miracolo d'equilibrio che ci tiene sulle spine e ci tormenta affinché riusciamo a portarlo avanti. Ma quanto è più naturale, quanto più pacifica la dissoluzione, la decomposizione; quanto più liberatoria l'estraneità semplice di una rapida eiaculazione, la sua invariabile cristallizzazione. Subito dopo posso coricarmi. Posso sdraiarmi al buio e sparire, dimenticare perfino la strada da dove sono venuto; ed essere presente alla vita che non sto vivendo, quella che tengo sempre da parte, nascosta, tralasciata; quella che getti il dado e ti tocca in sorte, e che magari era la più fortunata; ma che guardi con l'espressione sardonica di chi ne sa di più, con la voglia smodata di perforare oltre, di dissipare la povertà che c'è nel tuo modesto riassunto. Disunire, scomporre, sparire come quando chiudi gli occhi, come l'ultimo dei rivoletti di un torrente fragoroso. Sfrondare, assottigliare fin quasi all'invisibile è ciò che so ragionevolmente di dover fare. Essere un reietto per reiezione di ciò che si radica nella miriade di desideri artificiali, negli infiniti riverberi dell'istinto di affermazione, mutazione del principio di generazione prodotta da quella sotto classe della natura che è la società. Bisogna dare sfogo con le proprie mani al verricello della sessualità per poter essere dei suicidi vivi. Devi non essere schizzinoso e non farti prendere dalla collera. Vestiti sempre male, o almeno non alla moda. Spendi il denaro in ciò che non è ambito dagli altri. Cerca di stare fuori dall'estensione del dominio della lotta. Non sarai felice. Finirai subito divelto, sconosciuto da qualche parte. Ti ammalerai comunque. Tossirai allo stesso modo. Forse ti verrà un cancro ai polmoni e respirerai come un cavallo bolso. Le tue braccia diventeranno bianche ed emaciate, come quelle di un anoressica invecchiata che non sia riuscita a morire per raggiungere la perfezione. Se ti andrà bene, non sarai avvolto da una coperta sbrindellata. Avrai quasi sempre solo la tua mano sul tuo cazzo. Ma sarai stato te stesso.





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