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    Archivio Novembre 2007

    di nodirection (23/11/2007 - 07:59)

    osservare la vita e raccontarla così: non come se fossi tu a viverla ma come potrebbero descriverti dei luoghi senzienti, dei cartelli stradali, le cupole di questa città all'orizzonte. Loro saprebbero vedere l'altro te non indaffarato nelle minuzie di un'esistenza; il tipo dalla barba rada, che non sorride mai quando attraversa i ponti perchè palazzi e prati crescono sull'acqua; l'impiccato fra smog ed esplosioni di clacson che osserva al mattino la statua della prima fatica e si ferma a pensare quanto sia soffice sulla tempia di Ercole la criniera del leone che stringe nella morsa, quanto sia malizioso provare pietà per la tua vittima e quanta carità ci sarebbe nel saper piangere la propria assenza di lacrime. Bisogna voltarsi indietro a volte, anche per dare le spalle ad un tramonto. Bisogna sputare sulla cultura perché l'educazione è un palo storto di castagno che condanna a morte la tua vite. Si sente sempre il desiderio di partecipare anche se è sconveniente, perché tirarsi indietro, che tu vinca o tu perda, che sia giusto o sbagliato, è non essere stati. Accade necessariamente come il profilarsi di un volto sulla pietra di uno scalpellino, l'incisione del trapano in un dente, un bluff a poker che non puoi verificare; e l'esperienza che, prima o poi, rende tutto irriconciliabile. Ogni azione ha un solo senso di marcia, è un dissidente al confino, un degente in coma, ignaro di avere un destino, un pilota concentrato nel suo abitacolo; e infondo non è importante quel che corre fra causa ed effetto, fra essere santi o turpi; basta che tutto prenda corpo magnificamente come la caduta perpetua di una cascata d'acqua salata in un lago dolce. E quanto più è fragoroso il frastuono tanto meno sei diposto a percepire; puoi anche dimenticare di respirare, come un fuoco nella canna del camino, che ansima i suoi fiati rubati e ritrovarti fra gente che non conosci, commessi di vita, impeccabili, in zecchino d'oro massiccio, abitué di bagni termali una volta al mese, tutti dritti come proiettili costretti nel tamburo di una pistola. Ogni giovedì tengono colloqui paradossali per tenersi sù; un branco di lupi dall'aspetto di pinguini a prendere un caffè in questo palazzo di provincia dalla forma di un rossetto. Intrecciano stupide disquisizioni, interminabili pettegolezzi, rendiconti pieni di sorrisi, dove si dà e si toglie ciò che non ci appartiene stringendo le labbra come un fegato sanguinante nelle mani di un chirurgo. Preferirei essere una bestia piuttosto che un re prigioniero dell'indifferenza, schiava incerta dell'ipocrisia, una concubina seminuda, le ginocchia a terra, la testa rivolta in alto ed i capelli sciolti: basta incrociarne lo sguardo per essere perduti. Ma anche tu lo sai: ogni momento sarà una cosa remota come la tua macchina rimossa alla depositeria comunale o il tuo ciao ristretto a cinque dita. Cose utili per non restare irretiti dalla complessità di certi gesti. Rafforza la consapevolezza dell'invalicabile solitudine che ci circonda. Ti invita ad arrenderti, a non chiamare. E sì speri sempre in un finale volgare e sadico, che faccia male agli altri; qualcosa che sia definitivo come addormentarsi ad una riunione di lavoro, come masturbarsi in pubblico. Ma ho visto Dio: ha detto che essere liberi è peccato.

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    di nodirection (17/11/2007 - 13:58)

    c'è un tempo per tutto: un tempo per vivere ed uno per morire, un tempo per ricordare ed uno per dimenticare. Ma non su questa pagina. Qui si può solo rimuovere, impossibile cancellare. Non è consentito ruotare la matita, sfregarne lievi la fronte. E non resta nulla; nemmeno la consunzione che è riservata a qualsivoglia oggetto d'uso: le imposte alle finestre, le stoviglie sotto la corrente, un gesso fra le dita. Queste lettere possono solo essere ibernate, conservate fra le pagine di un libro come le ali polverose di una farfalla, ingessate. Nessun odore, niente vezzi o inganni, nessuna malinconia; solo ricordi. Non si premono come l'arancia nello spremiagrumi. Non hanno bisogno di vendersi in giro come individui intabarrati, cosparsi di profumo. Non puzzano d'uomo, né vanno in putrefazione. L'inchiostro non sbiadisce, non diventa grigio. Eppure quando apri la scatola, quando varchi la soglia, addentano come occhi di murene fra gli scogli. Epifanie che si scoprono quando stiri le pieghe delle lenzuola, quando scosti i capelli dalla faccia: come evitare una mela verde caduta da un ramo. Poi si eclissano appena distogli lo sguardo. Perché se non ci si nega allora il castello crolla, la camicia si gualcisce, la diga cede. E' faticoso costruire, materializzare, per noi malati di disambizione; meglio ritirare la mano su una tavola imbandita e lasciare intatto il cibo; meglio non toccare le posate: la percezione di un'esistenza altra da te può essere terrificante, anche di quella che è te sotto la pelle. Forme di difesa, antiche icone dorate appese alle pareti, teche annerite di falso argento che lasciano scoperti volti per cui il creatore ha dimenticato braccia e petto, dipinti surreali dove un sognatore morto sogna in lontananza un padre morto che porta a cavalluccio sulle spalle un figlio morto; molluschi senza conchiglia pronti a perdere parti del proprio corpo, a lasciarle ai predatori; cartelli con sù scritto "proprietà privata"; tende alle verande quando tutto sembra essere di troppo e pensi che in ogni posto c'è un impostore e non lo puoi guardare e non lo vuoi sfiorare; un nuovo bacio che devi dare. E' il prezzo da pagare per poter chiudere gli occhi, per passare sopra a ciò che senti di essere mentre dubiti che veramente esista; affinché il cielo sia sgombro di nubi e il tuo animo pacato e rassegnato; affinché le foglie d'autunno rotolino senza far male sulle strade deserte. E così tutto muore e piccoli ricci notturni se ne vanno circospetti, alla ricerca di un altro pasto fra la spazzatura, e sul fondo riposano ingannevoli aranciati anemoni di mare. Sopra e ovunque spira lo stesso vento gelido. Ma ci sono sempre diverse versioni di una storia, tutte contraddittorie: la fanciulla lattea può amare o farsi beffe di te e tu puoi indossare le vesti di Polifemo o Aci o restare per sempre un appellativo, il dio tutelare di una sorgente nascosta fra foglie e rovi. Una compagna che resta ghiacciata a febbraio. Bucano, ma non lo senti. Eppure in natura è molto più difficile produrre freddo che caldo. Chissà perché per gli uomini non vale.

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    di nodirection (07/11/2007 - 19:57)

    Mimo la posizione dello stilita. Nessuna forma di ascetismo se presupponi una qualche volontà. Semplicemente pendi come l'insetto intrappolato nella tela del ragno. Ma non c'è traccia di paura, solo la svogliatezza nervosa, bramosa che si compia un destino: la sensazione d'incompiutezza che può trasmettere una ringhiera appena verniciata o una capra sotto le forbici di un tosatore. Meglio il silenzio di parole che non hanno volume. Ciondoli in questa città dall'aria pungente, di montagna; così viennese nella sua perfezione da casa reale: piazze agghindate come vedove, come saloni da ballo rimasti vuoti e senza musica. E intanto cuci l'Italia su questo treno senza direzione dove la gente, incredula, si odia. Conferenze che hanno nomi di finestre sul mondo, dove gli astanti si appisolano sulle comode poltrone dopo aver orinato sul pavimento di bagni che si prostituiscono. Siamo stati tutti lì, in difficoltà di fronte alla misurazione della pappagorgia di Shrek, incantati dai vicoli stretti della Parigi del piccolo Remy, ma non abbiamo vissuto; semmai bighellonato come amici che si scontrano per caso senza aver niente da dire, solo battute da fare; soffiati via come i sogni covati dalla mole di questa sinagoga dalle fondamenta così fragili, così sfortunate. Questo posto ti sarebbe appartenuto. Provi a giocare al teatro delle ombre sull'intonaco scialbo di una parete, cerchi in ogni modo di raffigurare una storia, un volto e grandi occhi stupiti di bambini sotto le enormi tese di cappelli di paglia. Scuoti forte la lanterna magica cercando di capovolgere il finale. Ma non c'è più respiro, solo affanno; non più il gorgoglio tranquillo di un torrente ma lo sfrigolio sconnesso di un remo nel suo scalmo e un polso che batte convulso. Nessuna telefonata dalla sorella morta, solo lo stridere frenetico dei cavi d'acciaio di un ascensore muto e senza palpebre. Cadiamo giù risucchiati nella stretta della ciambella dei water mentre bivacchiamo allegramente al tavolo di questa taverna fra vino e grappa piemontese, bagnacauda ed occhi rossi. Conservi il tuo sorriso grottesco sulla faccia ed il tuo sangue amaro. Scomposto e abbandonato su questa sedia da seduta spiritica, perdi i sensi, ubriaco, immaginando di poggiare la testa su una locandina esaurita di un film che hai amato. Osservi te stesso da dentro te stesso come attraverso un periscopio. Sei tornato a casa senza saperlo ma anche qui manca l'aria: il piccolo fantoccio di cartapesta che ti è cresciuto dentro trema ancora.

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