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    De.licio.us
    Archivio Gennaio 2008

    di nodirection (30/01/2008 - 23:27)

    Oggi è il primo e l'ultimo giorno e non ho molto da dire. E' la festività dei defunti: la gente lascia fiori secchi, una strofinata e qualche parola vuota sulle lapidi. Ma Asraele, l'angelo della morte, preferisce fare amicizia con le anime; non ha simpatia per i cadaveri, se ne vergogna. I corpi senza vita pendono come lampadine da un filo elettrico, assumono la posizione di un tuffatore che si osservi le dita dei piedi sull'orlo di un trampolino un momento prima di saltare: anche nel trapasso c'è una giusta postura o, almeno, conveniente. Le sue guance si tingono di rosso a pensare a quando gli amici, i fidanzati, gli sposi, i figli, ma anche i genitori li spoglieranno e li laveranno premurosamente col sapone di marsiglia e, timorosi, li ripuliranno con un panno dalle feci; e loro non potranno arrossire del proprio odore nauseabondo, del pene moscio ed intirizzito e delle fiche vizze; mentre lui, l'inviato senza memoria del mittente, sarà tenuto a restare lì, ad un lato del feretro, e presenziare alla scena; ad adempiere ad un ufficio che non cattura più attenzione, cui non si tenderanno orecchie incuriosite, colpi di tosse o sguardi d'ammirazione. Gli spiriti invece non seguono le linee della prospettiva, sono più interessanti: per essi le cose più lontane non sempre sono le più piccole o le più incorporee, le meno visibili. Asraele li prende per mano con delicatezza e li assume in cielo intrattenendoli per un po', con dolci sorrisi e modi galanti, al gioco di saltare la corda. Loro se ne stanno muti ed anonimi come il tuo cuore; senza provenienza, come un po' di sangue sulla chiglia di una nave. E tutti possono partecipare senza distinzioni perchè tutti svolgono la medesima funzione, hanno lo stesso nome: artisti della quotidianeità, imitatori falliti del creatore, adoratori irraggiungibili di idee platoniche. Il messia non arriverà. Siamo sciolti ora e ci fermeremo a giocare. Infondo ogni religione è un ritorno, l'istinto che ci spinge a conservare la nostra identità: per questo siamo tutti figli dell'uomo. Abbiamo sforato, siamo scivolati e finiti oltre gli anni come uno spettatore al cinema che sfondi la tela di proiezione o una biglia di vetro che superi il punto di rottura sui binari di un raffinato congegno. Adesso possiamo rinunciare anche al realismo della rassegnazione che l'età concede per permetterci di ricevere sollievo dalla tortura della frenesia d'emozioni dell'adolescenza; e finalmente la logica sfugge, l'analisi stremante di quando non riuscivamo ad ammettere che ogni nuovo accadimento fosse stato solo un'altra mediocrità. Laggiù tutto si riassumeva in una notte di sesso o in un fiore profumato o nel cerchio di un ano; e l'amore, come lo immaginavamo nella rappresentazione della bellezza, non teneva affatto il confronto con i conoscenti vestiti di carne ed ossa. Solo ora capisco come sempre e mai siano sinonimi. Quando ero in vita ho spiato serrande di finestre sconosciute, corso per restituire chiavi dimenticate nelle tasche; ed a notte fonda ho visto persone avvicinarsi ed inseguire come avevano già fatto, ripetendo se stesse e fingendo di non accorgersi di tradirsi. Ed ogni volta ho molto amato gl'infiniti paralogismi dell'esistenza, le visioni che si moltiplicavano: sogni di teste su natiche scontrose, mani scosse su coperte e fondi di cartelle liberate da noccioli di ciliegia, bottiglie di vino senza cavatappi all'autogrill, palle rotolate su un prato precise ai tolloni fieri e spensierati di un vecchio amico, lingue nella vagina, altalene e scivoli in mezzo al traffico, visi sorridenti di camerieri ed omogeneizzati vuoti su scalini, merende in sacchetti di carta, poche tennents bevute insieme e tante scolate da soli, sorsi freddi ad una sorgente e braccia aperte come ali d'uccello; e, su tutto, ho adorato le parole in libertà: impossibili da sopportare neanche ad essere stati dotati della pazienza di Giobbe; frasi, catene, zanne di leone radicate nelle arcate dentali di un agnello. Saresti stato disposto a perdonare il tuo assassino, a provare affetto perfino, se ciò ti avesse consentito di non abbandonare le persone che pensavi di aver amato e le cose che hai desiderato di più al mondo. Ed incredibilmente, dall'alto, qualche volta sosto ancora per un po' in questo parcheggio; faccio benzina, anche se il distributore automatico non si diverte più a farmi la linguaccia con le nostre banconote. Ripercorro le stesse strade e guardo i nostri sogni appesi alla corda della campanella del priore, tesa dalla tua mano: i sogni da cui sei fuggita per inseguirne altri. Appena soffia il vento e non importa, tutto sembra inviolato; e penso che se riesco ad esserci, allora, in qualche modo, ci siamo ancora anche noi; come la camicia perfettamente ripiegata di papà o le scatole di fiammiferi di mamma che resteranno sulla sedia e sul piano della cucina quando ormai saranno morti. E come sono ostili tutte queste piccole cose in mano a forze così piccole: le chiamiamo emozioni ma contraddittoriamente cerchiamo di metterle in pratica. Si ama solo chi si è certi che ci ami per soddisfare il nostro narcisismo; o chi si pensa non ci ami, per nutrire l'ambizione. Ma ora lo so, sarà solo per poco. E continueremo a chiamarle emozioni. E' come disprezzare gli altri infondo, mostrare condiscendenza verso chi sembra debole o rabbia per chi s'invidia. E si mette tutto a tacere se non ci sono le condizioni; si ritira l'offerta. Niente è autentico perché se scoperchi i tetti puoi vedere solo cappuccini al bar, arringhe in un'aula di tribunale, aringhe al mercato del pesce, bonifici bancari, coni gelato alla vaniglia o alla stracciatella, rinnovi delle assicurazioni, pettegolezzi di rito dal macellaio, bambini prematuri nelle incubatrici, bolli d'auto, cocciniglie pestate in un mortaio, vecchi rimbambiti in pigiama, che ti sorridono dalle finestre, ed è mezzogiorno. Pietre lisce di mare posate su un foglio, per non farlo volare. E morti, ad ogni passo. Eppure, anche da quassù, dove non c'è più peso, spesso mi scopro a pensare che mai mi sono sentito più vivo e presente alle cose di quella sera in cui abbiamo riso e ci siamo spinti perchè avevamo perso l'orientamento. Oggi è il primo e l'ultimo giorno e non ho più idee in testa nè aria nei polmoni; è la festività dei defunti che non cade il due di novembre. Andrò all'appuntamento per un breve commiato, un addio, e perché credo che questa sia la sola giustizia: la solitudine di vivere qualcosa che non ha segreti da raccontare, cui non si può mentire. Proprio adesso il primo compie l'ultimo, e so che, come al solito, lo schermo anticiperà un'ora; ma in ogni caso il tempo è scaduto, non c'è più niente da dire, ed il già detto non è per te, che non puoi sentire, ma per quello che è stato.

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    di nodirection (28/01/2008 - 20:09)

    veniamo tutti da una sorgente sconosciuta che singhiozza come un rubinetto a spillo quando manca l'acqua. Fino ad un certo momento dell'esistenza non ci sono grandi differenze fra una vita o l'altra: per ognuno di noi l'infanzia è spesso solo una parola; un liquido amniotico penetrato da rari bagliori, improvvisi scossoni di cui non capiamo l'origine. Attraversiamo per mano a qualcuno i primi anni di scuola, mentre mamma ci sistema il grembiule o toglie i nodi dai capelli pettinandoci davanti ad uno specchio o guarda divertita e compiaciuta mentre ci sforziamo seduti sul vasino; poi, ad un tratto, siamo simili all'estuario a delta di un fiume: la corrente si biforca ed ogni singolo individuo prende la sua strada lasciando di lato, nella corsa, un'infinità di sedimenti, come si abbandonano i sacchi della spazzatura ammassati agli angoli delle strade. Un ramo s'ingrossa più dell'altro, uno si allontana in un nodo solitario; alcuni continuano il tragitto fianco a fianco; altri si strozzano e soffocano presto. Ciascuno traccia con una matita rossa la propria sinopia. Prova a farla più gradevole al cospetto del mondo perché è questo che importa. Omettiamo ogni trivialità prima di stendere l'intonaco ed eseguire l'affresco. Farfugliamo balbuzienti sillabe di sogni con l'intenzione di non lasciare incompiuta la rappresentazione. Ma la vita non sta là dove corrono gli argini; è nella corrente, nella stessa composizione chimica di ciò che si muove. Un fuoco d'artificio è sempre più bello della realtà, ma non più vero: per questo Werther amò solo Lotte fino alla morte e Giulietta fu l'unica passione di Romeo; altrimenti nessuno avrebbe letto quelle magnifiche storie. Perché le favole sono come un deserto dove sogni di sentir cantare le cicale mentre spira forte il vento di libeccio. Le dune, offese, si fingono un campo fertile e, aiutate dall'aratro del vento, raccolgono la sabbia e ti regalano innumerevoli e beffarde e formidabili rose: le rose del deserto. Ma sono pur sempre pietre, non ti somigliano; sono troppo longeve per scaldarti il cuore e non hanno bisogno della tua mano per sopravvivere. Strappi il foglio. Non vuoi raffigurare un mondo che dovresti contribuire a costruire. Le cose che vorresti disegnare si delineano ogni giorno col sangue sulla pelle: una tazza con migliaia di impronte di labbra, per tutte le mattine in cui avresti voluto lasciarle su un'altra bocca; i sorrisi ed i ghigni solitari lanciati come sberleffi agli angeli ed ai ginn con cui conversi la notte; gli sguardi vivi e veri delle persone che ti hanno trapassato l'anima, come la pelle di un neonato risollevato da una immersione in un secchio di latte; un bacio nero ed alto in un magazzino buio, aldilà di una porta chiassosa chiusa a chiave; ed uno biondo e grasso, seduto su una panchina di pietra in un giardino, fra gli schizzi sfocati, per la troppa luce, di una fontana. Lo so, è un altro insuccesso. Hai fatto bancarotta e non hai nessuna difesa. Ma ora potresti accettare cento compromessi e, allo stesso tempo, non farne nemmeno uno perchè sei perfettamente consapevole che alla fine riposiamo tutti nello stesso luogo, dimentichi della terra rossa di Sinope, scivolata via dai buchi delle tasche; e che le correnti defluiscono tutte nello stesso silenzioso mare, e insieme perdono velocità e forza e l'uso della parola; e restano in attesa, definitivamente separate, per sempre.

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    di nodirection (20/01/2008 - 11:37)

    l'imposizione del suono del campanello di casa alle ore più impensabili e l'eternità che impiegavi nello scalare tre rampe di scale erano il tuo modo di comunicare. Avevi gli scarponi grossi, sporchi di terra secca, e gli occhi cerulei sotto le palpebre calate per metà. I capelli scendevano ricci ed unti, rigavano le pupille senza espressione ed il sorriso stanco. Indossavi un cappotto massiccio, come una corazza di ferro su un corpo pesante e curvo, e la tua era una ricerca impacciata, costante e faticosa di un vocabolo che seguisse lentamente l'altro come un cane ripercorre timoroso ed a testa bassa le orme del suo padrone. Ma fra le interminabili pause non eri tu il malato; chi non sapeva attendere ero io, con le mie domande di circostanza e le risposte pretenziose, come fossi stato un dio premuroso che sodomizzasse un diavolo effemminato, stretto in cinghie nere di cuoio. Sono stato il peggiore di coloro che vogliono a tutti i costi primeggiare, che alzano sempre la mano, anche quando non conoscono la risposta, che pretendono il boccale di birra più grande; un carnefice d'ipocrisia che ti salutava per strada ma non era capace che di fremere, nella sua insofferenza, dal desiderio di cacciarti via dalla stanza, per tornare alle sue grette e temporanee e procrastinabili occupazioni, alle corde di una chitarra, alle profonde letture, ai pulsanti della tastiera di un computer; mentre tu cercavi amicizia ed affetto come un ingombrante batuffolo di procione. Ho sempre avvertito la matassa ignobile che c'è sotto il diaframma, ma solo ora la sento torcermi lo stomaco. Adesso che sono ufficialmente un nevrotico, un maniaco depressivo; adesso che qualcuno l'ha scritto in caratteri di stampa sul referto dell'ospedale. Fa ridere che anche in queste cose ci sia bisogno di riconoscimenti: per farsi curare o per essere curati sono necessarie carte intestate, autografate, come i diplomi che si richiedono nelle domande di partecipazione ai bandi di concorso. Chissà magari mi faranno ottenere qualche punto in più, e sarò eletto spazzino o impiegato comunale. Mi piacerebbe potermi stendere sui prati ed aspettare il cielo. Forse ti vedrò passare in una mattina di sole, col tuo incedere lento perché hai preso alla lettera i consigli dell'insegnante all'autoscuola, nonostante ti abbiano tolto la patente; e questa volta non mi nasconderò: magari ci aiuteremo a vicenda a rimettere in fila le parole e sarò contento di ascoltare i tuoi silenzi senza sentire l'obbligo di dover parlare, e faremo ad occhi chiusi la vacanza in America dove i tuoi amici non ti hanno portato, che ti hanno taciuto per non aver legata ai fianchi una zavorra. Lo so, è comodo adesso. Per questo non ne sarà alcunché di queste buone intenzioni. Quello che è stato non potrà essere mai più cambiato. Nessun progetto di bonifica, nessun esame di riparazione. Ed inoltre ormai non potremmo scegliere fra molte alternative. Rimangono solo la fede o il suicidio di fronte ad un'angoscia così fisica. E sì, ho paura; e mi sento un codardo a pensare che ne devi avere anche tu. Mi manca la fede; non sono più quel bimbo che faceva il chierichetto con la croce appuntata sul petto. Non so più di cosa dovrei avere fede. Qualche pedofilo dell'esperienza mi ha strappato la tonaca e ha seviziato l'anima con l'ago della spilla. Ora sento solo il gorgoglio, il conato gelatinoso della secrezione ormonale dei miei reni. Conosco il nome di quell'ormone; si chiama epinefrina. Hanno detto che è lei che ci comanda. Così ci hanno tolto anche la dignità. Ma hanno omesso di informarci del fatto che neppure lei conosce il motivo di questa paura. L'hanno fatto per non perdere la propria.

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    di nodirection (17/01/2008 - 19:20)

    un gesto, una o più azioni che non ti aspetti e sei vittima di una passione, di una sofferenza. Piccoli ed all'apparenza insignificanti fatti dirigono le nostre vite; provocano gioia o delusione. E l'incongruenza sta appunto fra l'esistenza minimale di cui partecipano e che condividono e la violenza con la quale afferrano all'improvviso, trascinano da una parte e dall'altra con la brutalità con cui i felini dilaniano le proprie prede per la gola; cancellano ogni certezza, rabbuiano ogni entusiasmo. Quello che si fa, con efficenza o convinzione, superficialità o incuranza, presuppone ciò che si è, ma soprattutto lo compie. E gli eventi deviano il loro corso per molto poco: una torta che hai preparato per qualcuno finita in mascelle altrui, una confessione di falsa innocenza che riservi silenzio al rituale con cui facevi l'amore; le fotografie di una vacanza, scatti che hanno rubato il coraggio di parlare. Merci di scambio dal bell'aspetto ma prive di valore. Ricatti semitaciuti per confessarsi a se stessi senza infierire troppo sull'amor proprio, confidando sulla paura, la stupidità o l'intelligenza di chi ti sta di fronte. E' una consapevolezza che spinge all'immobilità, al desiderio di lasciar perdere tutto: non cambiare le gomme alla macchina, spengere il telefono e sparire per qualche settimana, non riaccenderlo più; starsene ore a vagare per i campi; non lasciare nonna sola davanti alla tivù, anche se è qualche anno ormai che è morta, e credo non avremmo aggiunto poi molte altre parole alle poche che ci dicevamo. Non ha certo bisogno di te, come nessuno ha bisogno di alcuno, ma sicuramente nemmeno ha intenzione di farti del male; non le saresti mai d'intralcio: non si deve masturbare né preparare per il prossimo spettacolo. Sono poche le cose davvero inattaccabili; ed, in quanto tali, destinate a non finire. E non sono convinzioni o ragionamenti, seppur la logica che possediamo e di cui facciamo uso è causale ma libera; al massimo prigioniera della casualità delle situazioni. Sono stati dell'essere: le immagini eterne di ciò che non era chiaro, che non si è capito quando l'abbiamo vissuto e deciso, e che forse non capisci neanche adesso, ma in cui trovi quel riposo e quella consolazione che c'è in un irrimediabile distacco; come il riflesso della luce sul dorso della mano di quel passante anziano cui una sera abbiamo chiesto informazioni sul bordo della strada e che ho rischiato di travolgere con la mia nervosa ripartenza; quel riflesso sulle sue dita ruvide e pelose poggiate sull'imbottitura della portiera dell'auto, oltre il finestrino che le nostre risate avevano abbassato. Sono le icone di cui non smetti mai di inebriarti come la bacca di cacao di una bottiglietta in vetro di una coca cola o la barbie con cui hai appuntamento ai compleanni della tua nipotina, la mannequin in miniatura che ti fa sobbalzare il petto ogni volta. L'unica differenza è che questi oggetti non sono soggetti a rimproveri, pena la tua sanità mentale; non ha senso che tu gli affibbi delle colpe: non possono fare a meno di mostrare sempre la stessa faccia e sai che incarnano un desiderio di essere amati che niente ha a che fare con l'amore. Per quanto riguarda gli esseri umani invece non riesci a convincertene, anche se sai benissimo che vale la stessa regola. Portiamo sulle spalle un fardello caldo e instabile e lo offriamo a chi ci viene incontro a braccia aperte, a chi sia disposto a concederci un po' di sollievo. Con gli occhi raggianti sorridiamo mentre, col fiatone, poggiamo le mani sulle ginocchia appena piegate dallo sforzo. E non hanno importanza infondo i tratti somatici di chi si ferma un attimo per concedersi una gratificante elemosina. Non vediamo le loro facce. Siamo incapaci di sentire veramente ciò che provano gli altri. Ci passiamo attraverso. Presenze senza volto dotate dello stesso incomprensibile linguaggio. Stranieri nella stessa casa, di cui non faremo mai la conoscenza, sia per pochi mesi o per un'intera esistenza.

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    di nodirection (15/01/2008 - 19:25)

    vite noiose indosso ad individui noiosi: carpentieri dagli occhi azzurri, vacanze al mare troppo brevi, infanti senza inutili milze, morti in fasce, cuccioli di cane a rincorrersi in vetrina fra ritagli di giornale di diversa grandezza, digestivi per indigestioni, assorbenti insanguinati, scarichi puzzolenti nelle gabine di una nave da crociera, fantini su cavalli e bimbi su schiene di bimbi che fingono di essere cavalli, merde bianche di piccioni. Tutto si somiglia e si ride con lo stesso secco movimento con cui si mangia, come i nani camminano con le nostre stesse gambe. Bisogna osservare da vicino perché le differenze acquistino significato, e vicino è sempre troppo vicino quando la posta in gioco è la sopravvivenza. Potresti stare ore ad ammirare l'organizzazione perfetta di una colonia d'insetti se non nidificassero fra le piastrelle di casa tua o se non ti corressero sotto i vestiti, nello stesso modo in cui potrebbero intenerirti due innamorati che pomicino sul muretto di un molo in riva al mare se, da lontano, non fossi in grado di riconoscere la ragazza che, col vento nei capelli, una volta hai baciato. Ogni cosa deve mantenere una certa posizione se vuoi perpetuare l'illusione: distanze di sicurezza, gradi di temperatura segnati su termometri rettali, gradini di una scala, voti in rosso sul foglio protocollo di un compito a righe, giudizi sommari su diari o su titoli di un giornale. Ed i desideri, le veglie, le emozioni, la memoria, sono una tortura di protuberanze, una blastogenesi di gemme destinate a restarti addosso come spilli per l'agopuntura o a cadere via e sparire per sempre portando con sè un po' di ciò che sei stato o che hai creduto di essere. Ci si ricorda di chi si è ferito solo quando si rientra tardi e si è soli a casa o si passeggia per strada e non si ha niente da fare, e allora è facile che qualcosa scatti con lo stesso docile e malleabile suono dell'impulso incolpevole di una rana che si dia la spinta per abbandonare un ramo sotto il pelo dell'acqua: non è un bisogno, non siamo in cerca di cibo, è solo un'altra distrazione succedanea di quelle che al momento riteniamo primarie, come infilare un nuovo laccio con le stelline negli augelli di una scarpa. L'indifferenza non è qualcosa che ci si impone; si prova, si subisce, e di buon grado a volte. E sì, vedo benissimo adesso ciò che hai sottratto alla vista. Quello che siamo e quello che vorremmo essere sono forme con lo stesso disegno ma con colori non complementari e non riusciamo ad accettare il fatto che non stiano bene insieme perchè nella nostra percezione le loro linee di contorno, per quanto irregolari e consumate, sono così vicine da sembrare le valve incrostate di un mollusco. C'è soddisfazione ad aprire e chiudere prima d'ingoiare, ma le spoglie comunque resteranno nel piatto. Una fica non si può ricucire come si fa un orlo ai pantaloni; e, anche se fosse possibile, non ho più voglia di scopare. Sarebbe solo come copiare all'esame di stato, seguire il finale conosciuto di una conclusione in porta riproposta al rallentatore. E non hanno più importanza i vili scopi che ci hanno mosso. Non c'è più nessuna direzione adesso, nessun motivo. Ormai arrivano con regolarità solo le lettere della banca con il consuntivo delle spese della carta di credito o il saldo del conto corrente. Nessun equivoco. La banca, l'unica amante costante. Non fa domande e non ha grosse pretese. Dimostra che non esiste il silenzio; quello assoluto intendo. Nonostante tutto rimani dentro la bolla di vibrazione di una tuba, sulla curva parabolica che corre sul tetto del Lingotto, in attesa del rombo dei motori; imbucato ad una mostra d'arte, cercando di carpire i bisbigli delle scolaresche. Non hai biglietto, ma c'è sempre qualcuno che t'incoraggia con una pacca sulla spalla come fa il pirata quando taglia la cima, abbandonandoti in mezzo al mare su una scialuppa di salvataggio, o l'allevatore quando spinge con premura le mucche che ha cresciuto verso il macello. Le persone pretendono di lasciare segni cercando di cancellare, negare, uccidere, sciupare. Si affermano ritrattando, ed il bello è che ci riescono: se scoprissi il petto, potresti seguire con la punta di un dito le mie lunghe cicatrici. Ma così non si fanno bene i conti con la propria presunta individualità, non se ne ha la giusta percezione; spesso ci si vede troppo grandi. Dopo la morte un lucchetto resterà un lucchetto come un nome vergato su un'opera d'arte non avrà molta più voce di stupide giustificazioni ed ingiuste rivendicazioni. In questa vita riceveremo un premio per le nefandezze compiute. Ma almeno saranno inascoltate e vane le inutili pretese di apporre firme sulle cose belle che non abbiamo mai fatto, sui capolavori che non realizzeremo mai.

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    di nodirection (13/01/2008 - 21:14)

    servono rho, il raggio, senza gravità e attrito, e gli angoli theta e phi, per rappresentare infiniti punti in uno spazio; così azimuth e zenith non incontrano mai un ostacolo, come particelle di plancton che galleggino sospese, con il falso peso di un cadavere, nell'acqua di mare. Allo stesso modo le nostre esistenze imitano l'algebra lineare e la trigonometria: dall'angolazione con cui muovi le braccia alle rette che traccia mia madre seduta sul divano, quando poggia le mani sulle spalle di papà a terra, a gambe stese, sul tappeto di casa. Non sanno nulla della fisica degli elementi che cerco di acchiappare mentre li osservo sorridere, come un bambino che si impegni a prendere la mira per vincere con un tappo di sughero nella canna di un fucile uno dei pupazzi incollati, per imbrogliare, su una mensola al luna park. Siamo tutti come bambini in questo. Solo, a diversi livelli. C'è chi si lascia ingannare di buon grado, altri ci riflettono; alcuni fanno resistenza, indugiano, non capiscono o fingono di non capire. Ma tutti abbiamo ali d'angelo appiccicate da qualche parte: sugli zaini dietro le spalle, o dentro le valigette. Le prepariamo velatamente, distratti dalla simulazione, con la speranza che nasce dall'amore per l'incanto, come quando fingi di non vedere attraverso una benda sugli occhi di fronte ad una sorpresa che ti hanno preparato. E allora anche un bimbo di cinque o cinquant'anni che cammini per strada può prendere improvvisamente all'amo un uomo pesce volante o una donna polpo che venga meno alla sua insolenza, come un frutto cui non si dia l'opportunità di inasprire. Ma accade raramente e solo per sbaglio; se qualcosa va storto o se lavori d'immaginazione; perchè ciò che non conosciamo è sempre più bello, e dura un attimo, a meno che tu non giochi a nascondino con te stesso per non trovarti. Altrimenti il possessivo farà suo il sostantivo e quel vuoto che hai sognato si dileguerà nel desiderio della pienezza dell'attrazione, in interminabili deportazioni sessiste; e desidererai solo ottenere qualcosa, mettere le mani nei taschini delle giacche della gente, sotto le camicette delle signore, nelle crocchie delle trecce delle nonne; e fottere, fottere anche i buchi più impensati. Possedere, varcare per primi l'ingresso di una necropoli, tagliare davanti a tutti il traguardo e, di nuovo, fottere e fotterli e fottersene. Come quando cerco di beffare questo corpo in tentativi d'iperventilazione: e mentre lui non sente fame d'aria, io avverto mancanza di anidride carbonica, e sprofondo laggiù, in apnea, dove nessuno mi può raggiungere. E se ti mettono un sacchetto di carta alla bocca per farti respirare, tu immagini sia quello il momento di unire le mani in un applauso e farlo scoppiare, per sorprenderti con lo stesso botto che fa il clown, per schioccare le dita e far sparire tutto nel brillio di una parola magica, per non nascondere il vomito di quando abbracci tutto con lo sguardo da un aereo e non hai paura di tenere i capelli sciolti. Capelli lunghi. Tutto si confonde. I tuoi capelli dietro e davanti a tutto. Non ho mai lasciato parole per te fra questi pensieri. Eppure tu sei rimasta sempre come un nodo impigliato nei piccoli denti di un pettine. Credo sia perché riesci a stare silenziosa nelle interlinee mentre io procedo come un pescatore su un minuscolo battello dal fondo piatto, a pelo d'acqua; sempre in bilico, spinto dai colpi lenti del paradello che scandaglia il fondo; e, nella vista, le canne sfocate delle barene da evitare perché non trovo e non voglio riposo. Gli oggetti, le case, i palazzi, hanno contorni affilati per me; non così le persone, che sono troppo labili, dolorosamente languide, come acqua corrente. Ciò che è pulito per assurdo non si fissa nella mente; scorre via lieve come la foglia appena caduta in un canale; e noi pensiamo sempre alla sorgente, a dove esattamente inizi, sotto quali pietre si bagni per la prima volta. Nascite. Ecco dove comincia il dolore. Amplessi. Non pianterò più semi; sono stanco di vederli abortire. Così non ci saranno più orfani che si affannino a negare di non avere genitori.

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    di nodirection (11/01/2008 - 20:53)

    una birra ed una pisciata; parcheggiato ad aspettare fra una siepe ed una statale, invisibile come se un cameriere che conosci si dimentichi di servire al tavolo che ti fai riservare ogni sabato sera; seduto ad occhi chiusi, con la bocca aperta; quasi addormentato ma pronto ad ascoltare un silenzio più lungo degli altri fra le parole: che sia la volta che tocchi a te parlare e sarebbe un errore da stigmatizzare mancare l'occasione e non trovare un sassolino abbastanza grande da farsi notare, da svegliare l'attenzione di una figura ormai sfocata dietro la serranda di una finestra. E scrollare la testa, scacciare la mosca dal naso, finalmente protetti e guariti come uno storpio che proceda carponi dall'ombra di san Pietro. Ma continui a mettere in atto sconclusionate inibizioni nella meta, proprio come tutti coloro che non sanno rinunciare ad un'altra mano di carte pur avendo già perso tutto, e non considerano che il premio ormai non sarà più lo stesso.  Proviamo piacere a passare sotto silenzio i nostri falli attribuendoli al destino, alla malattia, all'amore: bugie di bambini che non invecchieranno mai abbastanza per astenersi dal perpetuare l'artificio della parola "sincerità" scritta sui documenti, nelle lettere d'amore, marchiata a fuoco su ciò su cui si giura. Vorrei far parte di una distesa di penitenti invasati, nudi, in attesa di un'eclissi, per pisciarvi e pisciarmi sulla faccia e in bocca; così potrei verificare se abbiamo ancora voglia di essere al centro dell'attenzione, se possiamo ancora imbastire frivolezze. Ma non m'illudo, immagino di sì anche in questo caso. E che beatitudine: orinare sull'aggressività delle giustificazioni, sul ghigno atroce dell'arroganza. Tutti pronti ad ascoltare con sguardo amabile, ad interloquire usando vezzeggiativi da ruffiani, lisciando con meccanica intensità come si fa con un cane che si è sul punto di abbandonare, tollerando con pazienza e contegno la vertigine della consapevolezza di essere dei traditori, facendo buon viso a cattivo gioco. Dovremmo ficcarci in bocca una manciata di terra e lasciare libere le parole di starsene zitte o di farsi addomesticare come un pappagallo da uno sconsiderato che abbia un cuore che sia capace di farle cantare. Ma fortunatamente non c'è  sufficiente sale in zucca per provare irritazione. Ti limiterai a sbottonare la patta, a pisciarti sui pantaloni; o resterai in silenzio facendo compagnia ai sonnambuli del giorno o partecipando alle riunioni della setta degli insonni, sedendo passivamente al tavolino di un bar o sul bordo del letto. Senza leggere, senza musica, senza bere o mangiare, senza orari, senza rispetto, senza dignità né cortesia, purificando l'illusione di qualsiasi immaginazione come un infuso di spighe di salicornia guarisce da una infiammazione. Alla fine immacolato, con i capelli rasati, ingenuo, il petto tatuato; le braccia livide e perforate strette nel laccio emostatico. Alla fine iniziato nella morte ad una nuova ed oscura resurrezione.

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    di nodirection (11/01/2008 - 20:53)

    c'è chi rinasce la dodicesima notte e chi, incomprensibilmente, muore. Porti con te i pugnali che qualcuno ti ha donato, mentre vaghi per le stanze di casa non trovando pace. Non ce l'hai fatta ad estrarli dalla carne. L'amica brasiliana che non hai conosciuto sta facendo la doccia nel tuo bagno. Canta in portoghese dopo aver ballato piena d'allegria su una bottiglia di vino posata sul pavimento. Ora è nuda e si insapona un corpo che a lei sembra sempre lo stesso ma che i giorni faticano a riconoscere: credo sia il prezzo da pagare affinché le cose non si tradiscano quando le guardi nello stesso tempo e sotto lo stesso riguardo. Poco fa aveva le spalle scoperte sulla pelle lucente come le foglie di un olivo al mattino, i capezzoli turgidi fra le increspature nere della maglietta ed i fianchi tremanti nella carezza attillata dei pantaloni. E tu hai afferrato di nascosto il telefono per confermarmi che finirà, che tutto finirà. Perché chiami proprio me? Ci penso mentre parliamo. Forse perché mi lamento sempre di non aver imparato a scolpire il re minore del raglio di un asino o il vagito di un bambino; o perchè ti tormento in continuazione facendoti notare come affibbiamo nobiltà alle azioni disgustose che ci apprestiamo a compiere, che siamo parti di un ingranaggio capaci di spietati ed insignificanti giudizi di valore, e quanto tutto ciò che accade si verifichi indifferentemente, con la facilità con la quale si adagiano gli escrementi fumanti in un pitale, e quanto ogni cosa o persona puzzi come il liquido secreto dalle ghiandole anali di una moffetta. Eppure di solito non mi ascolti quando non hai niente da perdere o guadagnare. Come non ti senti nei tuoi buoni propositi di volontariato. Ma un credito di confidenze è sempre preteso, come un debito estorto. E non sai dire di no all'amico che ti chiede aiuto nel mezzo della notte e rimani muto, vantandoti, al cospetto del genitivo soggettivo dell'appetibilità delle offerte di lavoro e denaro sempre procrastinate; come il tuo apparato erettile di fronte ad una proposta omosessuale. Prendi tempo, pensando che stasera passeggerai per i corridoi lisci dell'ospedale sbirciando i familiari nelle camere cappelle come un fedele che si appresti ad accendere un cero in chiesa, e che magari sgattaiolerai di nascosto sotto le lenzuola bianche di un lettino vuoto, infilandoti l'ago della flebo nella vena basilica: una dose di morfina per le reazioni eccessive verso coloro che negano con nonchalance l'evidenza e te la schiaffano in faccia come una verità. Compilerai la cartella clinica, prescrivendo l'attesa per l'asportazione di una prostata, la tua. Passerai sotto silenzio l'infezione congenita da distimia. E non ci saranno più scuse o rimedi. Niente più possibilità. Non si alzerà più; non gorgoglierà più intriso di sangue per quante lussuriose provocazione possiate mettere in atto. E no, non andrò più a lavorare, intrappolato nel catetere e nel tubo di drenaggio. Mi appiglierò ad un gravame, mi appellerò ad una sentenza ingiusta che non ha avuto un giudice che l'abbia pronunciata. In tribunale, al banco della difesa, con le ciabatte inzuppate di coaguli di sangue. E avrai, soddisfatto, la tua metamorfosi da ermafrodito, risucchiato, come il vino in un imbuto, dall'ascidio famelico di un bicchiere di nepente. Così finalmente questo vento di montagna porterà via gli aghi di pino fra gli alberi; rovescerà la coperta e la bottiglia; e continuerà a spirare impietoso attraverso le assi di legno, deserte, della panchina su cui ho fatto l'amore.

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    di nodirection (09/01/2008 - 20:27)

    lo stillicidio fosforescente dei numeri digitali della radiosveglia della domenica notte tiene in tensione le ossa del carpo facendole vibrare come le funi di una teleferica sotto il peso di una gabina. Cladodi invidiosi di pungitopi e bacche scarlatte perforano caviglie bianche e ossute senza calze negli avvallamenti bui del materasso. Api scorrazzano sotto la maglietta verde del pigiama, sfregando i pungiglioni mosci e umidi lungo le gobbe di cammello della spina dorsale e sulla carta vetrata della pelle concava fra le costole evidenti. Il corpo si disgrega, tirato da ogni parte dalle leve del tamburo di un argano. Cercano dentro come argonauti, sapendo che non c'è niente là sotto che non si possa separare ancora fino a farlo sparire. Desiderano snidare la giustizia fattizia che c'è nella mitosi di ogni riproduzione. Desiderano calpestare. Hanno voglia di sparare. E' come se qualcuno ti camminasse dentro; puoi sentirne i passi rimbombare nei corridoi vuoti, nella penombra delle vene e delle arterie; e sei ostaggio di una forza che non ha una forma, un aspetto definibile, ma che esiste ed è brutale, e tiene in pugno canne di ferro di pistole nel fondo appuntito e ruvido della cucitura delle tasche, e genera stordimento e paura e intasamento ed acque rotte ed emorragia. Girano ansiosi, agitandosi e sbattendo il corpo da ogni parte, lambiccandosi il cervello, senza trovare una soluzione; tenendoti sveglio. Il nodo è insolubile: la vita è solo nella materia, ma la materia non esiste a rigor di logica; è infinitamente divisibile senza essere mai concreta se non per impressione. E tutto si può fare perché tutto è poco faticoso, ed equivale al non fatto; come il ritratto di un uomo che si creda speciale, una tela che è solo tratto casuale in un accumulo di diversità tale che non consente di distinguere un fine astratto. E' un pastiche d'impazienza per ciò che non è destinato ad arrivare, per la ripetizione della furia di sottrarsi alla paura: come quando cerchi di rubare ossigeno al fumo denso nell'abitacolo di un'automobile, foderato di strappi e di sperma, lasciandolo rovinare aldilà del bordo del finestrino mezzo aperto, pur di non dargliela vinta; come le volte che mi costringi ad aspettarti in un parcheggio di periferia con il motore acceso, occhieggiando agli specchietti retrovisori, mentre sibili di camion continuano a passare con lo stesso lampo di fari nella notte, con lo stesso autista; ed un essere umano se ne sta dietro ad un rimorchio, intento a masturbarsi sulle cicatrici del culo perfetto e un po' grasso di una negra da quindici euro. Con gli occhi dolci. Tutti ci prostituiamo, tutti. Siamo tutti disposti a concedere quel minimo che non si è in grado di rifiutare. E se da una parte è debolezza, dall'altra è tirannia esercitata in conformità a regole e riguardi, ai finti sorrisi dell'ospitalità, alla schiavitù, al denaro. Ma nonostante questo, uomini e donne partoriscono, generano, anche se non sempre figli; e ciò che prende vita, a fatica, in mezzo al sangue; dritto o storto, schiacciato sotto il peso di un fardello fisico o morale, lo puoi ritrovare nei posti più impensati: in un sorriso che si apre su denti sporchi, impastati di tabacco; sotto la visiera lacera di un cappellino arancio acido della TNT, aderente alla testa di un compagno di scuola ormai cresciuto; fra i cancelli delle consegne sotto la stilografica, nell'entusiasmo di quando non c'è più tempo per altro ed è la prima volta che la sincerità si confida con te. Poi suona la campanella, forzata dalla pressione stanca di un gesto; rintoccano le campane, strette da corde di canapa grezza; e di nuovo tutti torniamo ai nostri posti di lavoro: schermi per proiezioni, scrivanie di una commissione d'esame, tavoli da massaia o da pellettiere, nastri di trasporto; assi orizzontali di cedro, mogano o ciliegio, di color chiaro o con le venature fiammeggianti e cupe del noce; superfici che ghigliottinano i cuori e li sommergono in vasche da bagno piene di bolle di sapone, li conservano sotto spirito o sotto aceto promettendo salacità. Passa il tempo e restiamo a guardarci negli occhi, tutti testa, con sguardi pieni di terrore, di libido, d'odio, di diffidenza, d'impazienza, raramente di compassione. Ma non emerge niente dal fondo. Stendiamo le gambe sulle pietre calde di una spiaggia, nel telaio di una macchinina all'autoscontro; allentiamo i muscoli del ventre e del petto; li lasciamo sciogliere un po' per volta. Aspettiamo ancora e ancora nella speranza che finisca presto; che tutto si possa dimenticare. E non emerge mai niente dal fondo.

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    di nodirection (04/01/2008 - 20:08)

    guardi l'alba ad oriente al mattino; ma non vedrai meglio, perché sei già cieco, e non riuscirai a fissare i ricordi. Non hai nessun dio. Non senti il bisbiglio argentino del sistro. Degli stratagemmi non riusciranno a materializzare il desiderio dell'irraggiungibile. Continuerà ad alimentarsi, condensato e riproposto nei palliativi di ogni giorno; superficiale ed irrispettoso, ma non per questo meno intenso, doloroso. E non servirà sciorinare tutte queste frasi fatte come i ventagli di tante vecchie in chiesa, inginocchiate sulle panche, snervate, disossate, scarnificate, con l'alito pesante; e non voltare mai pagina, non far forza sui pedali, non imparare mai una parola di quello che recita la Bibbia pur di poter continuare a biascicare, fantasticando di finire all'inferno. Puoi riempire quanto vuoi, non ce la farai. La scatola è sfondata. E' desolante come ciò che è represso prenda corpo solo in manifestazioni sterili, fini a se stesse, avvilenti, come qualche parola forbita su un blog, l'ostentazione di una capacità, la gratificazione per la via più breve, la costruzione articolata e pomposa di una storia. Nelle piccole codardie di ogni giorno dimentichiamo tutti il principio di realtà e diventiamo i martiri del piacere, asceti in preda a fobie o lascivie allucinatorie, pieni d'ingegno; vagellando sulla buona riuscita di una messa in piega, su un graffio alla portiera dell'auto nuova, sulla sostituzione della carta da parati, sul bisturi del chirurgo estetico. E' doloroso non essere desiderati, ma è la fortuna più grande che possa capitare se non l'hai mai provato. E non c'è mai nessuno che abbia il coraggio di scopare sua madre. Perché è questo che vogliamo quando i contadini dissodano i campi con l'aratro; questo che vogliamo quando il norcino è indaffarato ad insaccare: mettere un punto, portare a termine qualcosa che funzioni senza intoppi perché l'hai deciso tu, senza aspettarti castighi o ricompense, qualcosa che tenga senza orpelli, come un nipplo che fissa i raggi di una bicicletta al loro cerchione, mentre la ruota gira. Raggiungeresti la stessa concentrazione e gioia dei pochi attimi in cui guardi avanti e raccogli le braccia e ti dici "siamo qui". Si è soliti affermare che la perfezione annoia, ma è solo perché non siamo in grado di raffigurarla, perchè l'esistenza non l'ha concepita. Noia alle parate, noia ai funerali, noia negli ospedali, noia al ristorante, noia al battesimo di un figlio. Niente è così reale di non sapere come ci siamo scoperti ad un certo punto dell'esistenza. E se si mangia, se ci si alza da letto, se ci si veste, è solo per paura; come un gruppo di donne emancipate che si facciano volontari tagli sulle braccia con uno spillone da calza al cospetto di un Giuseppe evirato. Perché la bellezza è troppo, e non possiamo concedere quello che non siamo senza farci a pezzi, in modo da nasconderci aprendo nella carne delle vie d'uscita. La bellezza va propiziata senza avere rispetto per se stessi se non in quanto morti. Poi, quando il sole ti calpesta ed è la stessa ora, di nuovo giubbotti sopra giubbotti, preservativi sopra preservativi, ciuffi neri sulla faccia, grappette ai documenti, graffette ai cavi elettrici, emo a piangere nell'angolo sporco di una stanza, spille sui risvolti dei pantaloni, dentiere alle gengive di mio padre, calli sui piedi di mia madre. Bozze, schizzi d'uomini con le teste piccole ed il corpo enorme; sculture, copie non riuscite e vive della realtà.

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