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    di nodirection (24/04/2008 - 23:21)

    ho smesso l'abitudine di prendere i pensieri in prestito. Non affondo più nei libri come facevo una volta. Tutto ciò che è spettacolo, messaggio subito o rappresentazione è un badile di merda fumante rovesciato giù, come orci d'olio bollente dai bastioni di una città assediata, sulle teste di nemici di cui non conosciamo gli affanni, le speranze, i desideri; persone di cui vorrei condividere persino la brama di uccidere, perché il veleno è in noi dalla nascita, ma si alimenta nell'incontro. Ascoltare, conversare, partecipare, socializzare non sono cose diverse da uno sputo in un pozzo. Come quando paghiamo per essere legati alle poltrone di un cinema e ci vendono a buon mercato la sensazione che stiamo partorendo meraviglie. In realtà ricicliamo, mastichiamo, adattiamo e riutilizziamo tutto: parole, conoscenze, gesti, luoghi, regali, bambolotti di peluche, sorrisi, lacrime, indumenti, poesie, carezze; prendiamo queste oggetti, afferriamo a due mani queste sensazioni come fossero i più grezzi degli utensili, i più terribili degli strumenti di tortura, le più inutili chincaglierie; con incredibile facilità le gettiamo via, abusandone, e proviamo a farle rimbalzare come sassi sull'acqua, quando il mare è calmo oppure se è agitato; ed infondo chi se ne frega del mare, l'importante è arrivare lontano senza sporcarsi troppo le zampe, senza bagnarsi i vestiti, appiccicandosi come sanguisughe alla pelle con le zanne, pur di restare incolumi. Forse è giusto così: Dio ha abbandonato suo figlio conficcato con dei chiodi ad una croce, pensate che ne farà di noi e cosa noi siamo in grado di fare. Perciò affiliamo tutti i giorni i nostri artigli, con i pensieri, con una battuta divertente, con una gonna ed un po' di trucco, con muscoli da palestra e seni rifatti, con abiti eleganti, belle macchine, soldi; ed anche gli organi sessuali ne sono un'emanazione, sono fatti appositamente per ferire, per succhiare la vita agli altri: per questo si coprono con le mutande come le pistole nelle fondine e le lame nelle guaine. Ma un amplesso o un'unione sono solo un buco, un vuoto di riflesso, e la generazione ne è solo una forma a breve termine, provvisoria, un rito che simula tranquillità e stabilità, una lima che consuma nella levigatezza. Infondo è la filosofia della dipendenza, elaborata dai cultori, dagli avidi del chiunque sia su cui pisciare dando l'impressione d'adorare e d'amare. Non c'è bassezza peggiore d'imprigionare gli altri nella schiavitù di essere se stessi, nel vizio dell'io a tutti i costi. La soluzione, il segreto, è non parlare; accendere un fiammifero e bruciare tutto; meglio poi sarebbe perdere la memoria, il massimo avere il coraggio di morire. Altrimenti è naturale che la vita sembri breve, perché si sceglie o qualcuno lo fa per te, e pensi di star bene e che ne sia valsa la pena, ma infondo non capisci che non fa differenza perché, in così poco tempo, quello che ci è concesso, non si può scegliere niente senza assimilarsi e mai e poi mai si fa esperienza di quel dedalo che è il mondo. Ed ogni cosa, quando guardi, mentre cammini per strada, o quando qualcuno ti sorride o qualcosa ti ricorda qualcuno, continua a specchiarsi in te come bagliori sulle rotaie, e sono più intensi quanto più sono lontani nel periodo dell'infima capacità di una vista; è in questi momenti che realizzi che non c'è né legge né possibilità e che, appena sposti la lastra adagiata su una salma, non fai in tempo a guardare dentro che quella si è all'istante polverizzata e la tua piccola esistenza si è già materiata in una irriducibilità.

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    di nodirection (22/04/2008 - 20:12)

    ridere, alla lunga, diventa una malattia: si finisce per farlo sempre di se stessi, anche se non ce ne rendiamo conto ed ostentiamo un'allegra sicumera. In seconda fila, incapaci di compiere un gesto qualunque, troppo affaticati perchè i premi non sono premi quando non sono mai troppi. Ormai ho polmoni saturi a tal punto da non poter fumare; indosso vestiti ridicoli ed al mattino ho sugli occhi il poco trucco delle damigelle d'onore, rorido di lacrime. I ragazzi mi guardano con attenzione; non lo crederesti, ma mi danno fiducia; forse è la voce grave, o il fatto che sembro così giovane, così facilmente raggiungibile: che cos'è che posso insegnarvi davvero non lo so: sono insulse nozioni, al massimo poche stupide emozioni. Una studentessa allunga la mano, strusciandola provocantemente su una coscia; una ragazzina sul treno ti tocca insistentemente con la punta di un piede. Continuo a far finta di nulla, non per me, ma per non mettere in imbarazzo loro; non provo eccitazione, nessun interesse; so già chi sono, chi siamo, e gli esseri umani non mi sorprendono più; si nutrono di uomini senza aver coscienza del fatto che è più facile digerire l'odio dell'amore e che giusto e sbagliato sono solo i residui di ciò che non ci torna nell'esperienza della gioia e del dolore. Vorrei solo spregiare e drogare e schiantarmi a tutta velocità su un'autostrada per provare un'ebbrezza che sia solo mia, per fottere il mio stesso corpo. Non sono più capace di inebriarmi di qualcosa, l'unica esigenza che sento è quella di assentarmi. Lo so bene che ogni angolo spietato si rinserra, che ogni occasione si aspetta di mandarti al confino, che l'astinenza è l'unica pratica che non si esaurisce mai. Non voglio guardare facce; al massimo labbra, lingue, seni e vagine, per esserne sempre avvezzo prima di infilare la giacca ed uscire di casa. Sono le uniche misere cose che valgano un sacrificio. Infondo è questo che ci si aspetta da te. La ragazza carina che attende il treno delle sei te lo ricorda tutti i giorni. Ti guarda, si avvicina, si tocca i capelli; ha le unghie curate e tinte di rosso, gli stivali da puttana sopra il ginocchio per soffocare un'ordinaria austerità. E' questo che mi piace: coloro che non hanno ritegno cercano sempre un modo per farsi stuprare: nei tagli e negli strappi c'è il sollievo dei punti di non ritorno, delle cose definitive; c'è l'insinuarsi della morte, e la pena è come un pene nei visi altrui. Si volta con scatti languidi da biscia; non sa che non la scoperò; non perché non ne abbia voglia ma perché non ho niente da dire, perché dovrebbe sbottonarmi i pantaloni e prendermelo in bocca davanti ai viaggiatori, perchè non ho paura a guardarla dritto negli occhi, ma, allo stesso tempo, non voglio sciupare il silenzio. Tutti si aspettano che tu dica sempre qualcosa, ma le uniche cose che so dire ormai le ripasso la sera sui libri: sono parole verisimili perché le hanno stampate su una pagina, posseggono autorità. Ma i giornali parlano con le nostre bocche, le radio trasmettono dalle ugole, le televisioni oscurano la vista; i calciatori si passano la palla fra i nostri denti, i politici si accomodano comodamente sulla poltrona delle nostre lingue. Ogni giorno si riprogramma il palinsesto, e tutto ha una certa durata. La verità si misura col cronometro: rapporti affidabili, frequentazioni di tutti i giorni, vite passate in comune, studenti sempre presenti anche se si masturbano sotto i banchetti di scuola. L'importante è esserci; l'assenza è la negazione della comunità, e la comunità ti cancella, un marito o una moglie ti opprimono, una famiglia ti succhia dalle ossa quello che sei, la scuola ti rende indolente e privo di idee e senza personalità. Passiamo il tempo a soggiogare le passioni, a disquisire di moralità; sostenuti ed impigliati dalla stessa rete, intrappolati, fissati o ritratti dallo scivolare oppure liberati da un eterno giro. Non lo sapremo mai. Scheletri, gambe di tavoli o di sedie sono lame ambivalenti, strutture e sovrastrutture; ma i desideri non fanno mai amicizia, sono dannatamente sconvenienti, e solo se non scendi a compromessi non smetti mai di realizzarli. Un pene in bocca è il vero capolavoro, figlio autentico e trasfigurato della nostra progenie.

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    di nodirection (20/04/2008 - 15:57)

    quando è tutto finito, quando le nostre vite si spengono, se anche non possiamo più essere nello stesso posto, è consolante però sapere che un giorno saremo nello stesso stato. In vita non conosciamo persone o luoghi, niente è reale, facciamo esperienza solo di passaggi, da prendere al volo, da consumare, da coniugare inevitabilmente al passato, da dimenticare. Ma per adesso, poiché il cuore mi batte ancora forte nel petto, non manco mai ad i miei appuntamenti nella convinzione che una cosa bella non la si può davvero abbandonare. Vengo qui tutti i venerdì, di pomeriggio. Osservo. I pensieri non nascono dagli occhi ma di sicuro, per loro tramite, si intensificano. E' strano rendersi conto di come non ci sia vita senza riflessione, e come però, nello stesso momento, appena la eserciti, non ci sia più la vita. Ciò che penso non è quello che vedo, ne è solo l'anima assassina, forzata ad uscire fuori e a trucidare la realtà. Ma mi piace questo posto, le case dalle mura fragili, popolari, come nate dal nulla e cresciute alte, che ti chiedi come non vadano giù al primo soffio di vento, dove vivi le vite altrui attraverso delle pareti sottili; ne adoro i cartelli e le insegne dai mille colori, i negozi kitsch, gli atleti che fanno jogging in riva al fiume e le signore che devono smaltire la pancia, le famiglie sorridenti con i bimbi sui tricicli o sulle moto elettriche, le anatre che faticano nella corrente, gli anziani inquieti dentro poche possibilità, gli innamorati con le braccia intorno alle ginocchia come formiche sulle panchine, in silenzio eppure con tante cose da dire, senza fare una mossa e con tanta voglia di toccarsi; e tutte queste persone troppo alla moda, abbronzate all'eccesso, con occhiali dalla forma insolita. Passano sfiorandosi per i viottoli dei giardini della stazione, fecendo finta di non far caso alle puttane cinesi appoggiate alla corteccia dei pini, in servizio anche di giorno, con la loro cera imperturbabile sui volti, facce che mi sembrano sempre tristi. Mi chiedo se siano consapevoli del colore della loro pelle anche mentre vendono il loro corpo; non indossano alcunché di vistoso, non fanno alcun ammiccamento. Sento che sarebbe facile vivere qui, che non sarebbe uno sforzo alzarsi al mattino, che sarei finalmente spensierato. Cerco di eliminare i miei desideri; solo così riesco ad immedesimarmi nel papavero dai petali vizzi cresciuto nella poca terra accumulatasi per caso fra le mattonelle di terracotta di un ponte medievale; ad avvertire il calore che c'era nei pistoni del motorino rubato e abbandonato che giace senza ruote, in posizione innaturale, in un angolo delle mura dove non arrivano gli spazzini; solo così non vedo differenza fra me e le magliette a mezze maniche, macchiate di dentifricio, che indosso una sopra all'altra e che mi fanno sentire forte. Passeggiando per queste strade in assoluta solitudine sono me stesso. Potrei un giorno afferrare i manici della corrozzella di un paraplegico, mentre chi l'accompagna l'ha lasciato in sosta da qualche parte, distratto dalle vetrine o da qualche incombenza; potrei rubarlo, e tutto rimarrebbe immobile: passeremmo del tempo a parlare di quanto si assomigliano le cose che non abbiamo fatto, e lui mi chiederebbe se quando ho potuto correre davvero ho corso, se ho tagliato in diagonale la cravatta: il paraplegico dai guanti arancio, fermo ed instabile come una pietra che sporga dall'acqua, le dita intrecciate come canne, la bocca contratta che urla, e non può, per riavere indietro la libertà nascosta da qualche parte. Non gli direi che non è un regalo che fanno a chi nasce; inventerei che sì, me l'hanno data, ma una volta l'ho perduta per strada tradito da una vista acuta. E continueremmo a farci compagnia in una giornata di sole, all'entrata di questo cinema castello; e mentre piove, quando i capelli in testa somigliano a barbe e radici nella terra, ombrichi gonfi di humus come arnie colme di miele, gli racconterei di stanze ripulite che si sporcano anche con la verginità e che tutto rimane un segreto che non si può svelare, un'isola tolta dalle mappe, una frustrazione della speranza, trascinata via come gli aghi di pino dall'acqua del canale, fino al tombino. Un giorno moriremmo, e forse sarebbe un'altra cosa da nulla: qualcuno ci porterebbe via come per gioco alzandosi all'improvviso col sorriso come fanno i venditori ambulanti con le loro mercanzie di cartoni all'apparire del poliziotto di quartiere, appena svolta l'angolo.

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    di nodirection (13/04/2008 - 21:09)

    nessuno capisce mai che dietro le parole ci sono persone vive e vere, neppure i te stesso che stanno in ascolto mentre parli. E' come quando osserviamo il traffico e le auto che si inseguono a fine giornata sulle strade o gli aerei in cielo, e le case e i giardini sui viali delle nostre città; e non vediamo uomini ma appunto soltanto auto, aerei e case. E' incredibile come mi sembra di incontrarti tutti i giorni, di averti salutato appena ieri, quando in realtà ormai le occasioni sono sforzi e ritagli di tempo; gli incontri bugie e qualche ora di libertà da impegni e persone nuove. Voglio solo dirti che non c'è bisogno di spiegazioni, che il destino è un giudice inclemente, e che sono adulto e so forse un po' meglio di te come vanno le cose della vita. Ad ognuno di noi piace scrivere il proprio libro; confondere gli inchiostri, mischiare le sensazioni, può solo sciupare quello che tengo stretto dentro. Ogni volta che apriamo la bocca ne escono sciocchezze comuni, vengono fuori frasi come "sono venuta qualche volta", oppure "inviami una mail" e "non voglio tornare indietro" e ancora "come stai": davvero è questo ciò che ci rappresenta? questo quello che è rimasto di ciò che provavamo? e anche se non lo è, chi è in grado di pronunciarlo? che cosa può esprimerlo? solo il silenzio ormai. Stai cominciando a vivere e forse a sperimentare su te stessa che, volenti o nolenti, c'è sempre da rendere conto di qualcosa a qualcuno, pena essere degli sbandati, dei senza casa, degli emarginati: persone che sto provando ad essere e che ancora non riesco. Ma è stato bello sbirciare di nuovo la luce dei tuoi occhi sotto i capelli e le labbra increspate nel tuo sorriso largo, e mi meraviglia ancora come la prima cosa che mi nasce dentro sia una fortissima sensazione di tenerezza e lo stesso sorriso e come tutti i contorni diventino poco importanti, proprio come la prima volta che abbiamo passeggiato insieme. Sai, in ogni ora della mia esistenza, quando penso a te, e succede ogni ora, qualunque cosa stia facendo, io non vedo la Veronica che ha un nuovo fidanzato, la Veronica che prepara la torta il sabato sera e va al cinema il lunedì, non vedo la Veronica dietro un bancone, o la Veronica che si pesa sulla bilancia al mattino e mangia una yogurt o vomita nel water, e neppure la Veronika del libro che mi hai regalato. Vedo Veronica e basta, come fosse uno spiraglio, e mi sembra sempre di ripetere l'attimo in cui le dò un buffetto sul naso o le arruffo i capelli o la spingo all'improvviso mentre procediamo fianco a fianco. Il resto non ha importanza e gli sbagli della vita o le cattiverie che compiamo infondo non cambiano le persone e ciò che ne abbiamo percepito quando le abbiamo incontrate. Certo forse è un qualcosa che non esiste, ma cosa esiste? credo che la purezza stia in questo, e che le azioni, le prove, gli esami, le giustificazioni siano solo falsità e che l'ingenuità sia una invenzione, una concessione e un trucco dell'orgoglio, una moneta con cui si comprano gli altri, ma pur sempre di bassa lega. E di nuovo perdo il controllo dei mei giorni. Ieri non sono riuscito a parlare per il resto della serata, è stato come se tutto fosse un castello di carte e mi sono reso conto che quello che credevo di sapere dentro di me è solo la ripetizione del dettato di questo diario a cui cerco di confidare le uniche sensazioni nascoste che mi sembrano verosimili. Ma ho capito che sono ancora parole, che non ce la farò a squarciarle e che quella verità che spinge le lacrime agli occhi rimarrà insondabile. Non si tratta di disconoscere, ma di riconoscere; ed anche se l'operazione è pur sempre soggettiva, faccio i conti ogni giorno con la convinzione che quelle anime fossero coniate l'un l'altra sull'altrui effigie; e se anche è solo una mistificazione o un frutto della fantasia, come so bene essere qualsiasi rapporto umano, mi piace pensare che sia stato vero per un attimo almeno; per un secondo: il massimo che possano durare le nostre certezze. Questa mattina, appena sveglio, dopo i postumi della sbornia, ho sentito il bisogno di tagliarmi i capelli; la mano, nervosa, mi è sfuggita, ed il rasoio ha scavato una cicatrice sulla testa. Ho dovuto tagliarli tutti ed ora potrei benissimo essere scambiato per un malato di tumore che stia facendo delle sedute di chemioterapia. Poi di pomeriggio di nuovo nel parcheggio di casa tua; che strano: per una volta ho accompagnato papà a visitare una mostra d'arte, l'unica cosa che ancora ogni tanto riusciamo a fare insieme. Ci siamo venuti con la panda verde, la stessa del giorno del mio compleanno, quando mi hai aspettato perché ero imbottigliato nel traffico; scendo dall'auto, guardo papà e mi sembra impossibile che queste persone non si conoscano. Non esce più un suono dalla mia bocca; continuo a pensare che basta fallire il bersaglio, arrivare appena in ritardo, mancare di un millimetro la cruna dell'ago, e tutto si moltiplica in ogni direzione. E si può essere vicini ma è difficile incontrarsi e le apparizioni e le apparenze non si somigliano ma nemmeno infondo sono solo tali: sono come tanti fantasmi della quotidianeità e no, non si dicono addio quando si incrociano per strada, non ne hanno bisogno, perché ogni azione ed ogni parola alla fine già lo è.

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    di nodirection (11/04/2008 - 20:48)

    non parliamo mai delle cose cui teniamo di più e finiamo per non saperne più niente; così restano immortali e le possiamo deformare al punto che esistono dovunque. E chissà poi perché ci attacchiamo tanto visceralmente a coloro che ci provocano dolore; forse è dovuto al fatto che loro hanno il coraggio di farci ciò che vorremmo per noi stessi ma che non riusciamo a fare. Ho imparato a perdonare, lo giuro; ma non mi ha fatto sentire meglio, non mi ha sollevato l'animo, perché per questo non è necessario il perdono né un'assoluzione, ma la comprensione. I nostri simili compiono in un batter d'occhio le uniche cose che mai avremmo creduto fossero capaci di fare; sempre le peggiori e le più scontate. Non si conosce mai nessuno e neppure se sorprendi il tempo con le mani nelle pieghe di una gonna e le dita nelle rughe della pelle, confessa di essere uno stupratore. Fare per pensare; e non pensare, per smettere di fare; oppure il contrario, ed è qui che sta la contraddizione; camminare o stare composti, e che importanza vuoi che abbia di fronte alla morte. Le nostre vite ce le hanno date in prestito, ma noi ugualmente cerchiamo di comprarle e di rubarle perché non ci va di restituire; e vogliamo viverne altre, e vorremmo viverle tutte. Pensieri: il centro di una tromba d'aria, l'odore peloso di buccia del mercato rionale, l'aspersione di sangue del culto di Mitra: come la penna arruffata dell'ala di un piccione in equilibrio su una balaustra arrugginita sono il punto di svolta dello svolgersi di un'altra vita. Ne conservo il ricordo e infondo vivo coloro che ormai sono diventati altri. Il suggeritore bisbiglia dentro la botola sotto al palco che dovresti mettere in atto un'estrusione delle cose verso il meno, azionare il conto alla rovescia, togliere i punti dal tabellone; le sirene fanno eco. Voglio cominciare dall'inizio, ma non per procedere di nuovo in avanti; voglio andare all'indietro come i gamberi e poter pulire con lo straccio le impronte dei piedi che hanno calpestato e si sono incise nel cemento mentre aprivo la mia strada, ripulendola degli altri. Non essere stati ma... essere mai stati; non aver conosciuto, non aver mai abbassato le palpebre per non averle mai aperte. E che cosa sono infondo i nostri occhi, la bocca, le orecchie, il naso se non tagli aperti dalla separazione di ciò che ci unisce al tutto affinché vi possano uscire pianti, muco e grida di dolore, macchie dove si esaurisce la continuità del colore della pelle come le parti più chiare della corteccia di un albero nei punti in cui sono stati appena potati i rami; e quali sono le cose che si chiudono, cosa ci manca per prima cosa nel momento in cui moriamo: proprio una bocca, degli occhi, delle orecchie, un naso. Spero che nel nulla ci sia la pace che cerco. Fiumi e ceneri e vento e il tutto che si scioglie. E camminare e camminare ancora. Ed io lo faccio sull'orlo dei canali, in mezzo all'erba alta, e sogno fenicotteri rosa. Ma ancora penso, involontariamente; e questo mi conferma quanto infondo non ci sia un io che esista veramente. E allora provo a lottare, ma non riesco a spengere le sinapsi: e gli argini sono file di teste ricciute di persone ed i pensieri sono come capelli affondati nella corrente mischiati ad oggetti di ogni tipo: palloni, lavatrici, biberon, maschere di carnevale, scarpe, telecomandi, bambole, uccelli morti e, se mi concentro, li posso vedere attraverso le fronti, aldilà delle connessioni delle molecole dei cervelli, attorcigliati insieme ad altrettanti esseri umani che vi si aggrappano con forza trascinati via dalla furia delle acque, sbattuti qua e là, alcuni infangati ed incappucciati come prigionieri perchè ormai è dai tempi della scuola che non li vedo più; ed i ricordi non somigliano alle serpi sulla testa di Medusa se non nella freccia di lampo di un morso di dolore; sono più simili a quegli individui sbandati, avvinazzati, torturati, fuorilegge legati per i piedi alla cima di una fune fissata alla sella di un cavallo imbizzarrito; cercano di non mollare la presa, mi solleticano i follicoli, mi irritano la pelle del cranio, scolorano catene di cellule morte a forza di agguantarle e le fanno diventare bianche come vecchie, le fanno impallidire; poi, alla fine, me le strappano via e vengono risucchiati nei gorghi. Vorrei che facesse male solo per un momento; vorrei che poi già li avessi dimenticati. Ma non è mai così.

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    di nodirection (10/04/2008 - 22:38)

    oggi ho corso; erano otto mesi che non correvo così. Sì è vero, subito dopo ho avuto una mezz'ora di difficoltà respiratorie e giramenti di testa, ma almeno non ho cominciato a tremare come al solito ed il cuore, anche se con estrema lentezza, ha smesso di battere forte. Mi fa tenerezza e pena il fatto che, in un certo senso, ne sono deluso. Però quanto é bello giocare a palla con i ragazzini e sporcare i pantaloni della rena di un campetto di periferia e bagnare di sudore la maglietta fino a farla diventare come un panno umido sulla fronte febbricitante di un malato. E come sento che è proprio lì che voglio essere quando mi sposto da un posto all'altro e non ne conosco i nomi. Muoversi è come essere sopraffatti, e non hai più bisogno di audacia, non ti serve la riflessione che ti gratifica in una identificazione. Una corsa è la metafora della tua missione e della tua condanna, perché non si tratta di fare, ma di lasciare. Ed ogni volta continua a sembrarmi impossibile partire. Ho sempre provato un'amore subitaneo e maniacale per le cose e le persone che la casualità dell'esistenza mi ha portato ad incontrare; poi, purtroppo, è arrivato anche tutto il resto, ciò che infondo non c'entra niente: le cene con gli amici, il cinema, la macchina, le gite in barca, le chiamate sui cellulari, i punti di vista sempre condivisibili e mai condivisi, gl'inganni inammissibili a se stessi, le cattiverie nei confronti di chi diciamo di amare, i tradimenti soprattutto, quelli che alla fine ti chiedi di che cosa e non lo sai. In verità ogni giorno cerchiamo di convincere gli altri di qualcosa a cui non crediamo perché non riusciamo ad accettare di parlare come pesci. Ma se ci penso bene, questa è l'unica sensazione che dentro di me non è mai cambiata: la percezione forte di una spinta ed il bisogno di essere isolato da tutto e la certezza dell'impossibilità che qualcuno lo possa capire. Ed ora che sono solo, ogni sera, quando rientro a casa, dopo aver bighellonato per le strade, ripeto con desiderio gli stessi gesti: mi sistemo su una sedia, accendo la tv con i jeans ormai sotto le natiche per quanto sono dimagrito, scolo in silenzio qualche bicchiere di vino, agito la mano sull'uccello e la testa si reclina piano e scivola giù nella trachea, persa nelle visioni delle cose che so che non farò mai perché mi sono liberato dal giogo dell'ostinazione delle affermazioni. E quanta passione viene in superficie quando acquisti noncuranza verso te stesso e non ha più imortanza se sei sul punto di restituire la vita o di togliere la vita. Non ho più scatole da riempire o da svuotare. Erano schiave semplici di se stesse, del loro spazio positivo o negativo. Certo il sangue amaro nelle vene non è cambiato, non si è addolcito, anche se ho districato i condotti come fili elettrici, anche se niente va in corto circuito e le dimensioni rimangono intercambiabili e apersonali. Ma non si sceglie né si supera mai una tortura, solo chi ti fa prigioniero si scorda presto di te; tu non ce la farai. Adesso vedo con chiarezza che punti interrogativi e perché escono come bruchi dalla vagina e ho smesso di parlare perché servirebbero unghie e parole di bronzo a noi plantigradi per scalare la muraglia. Il nostro destino non è fiorire in petali vellutati, in ghirlande di frasi; ci è concesso solo di generare, intrappolati di notte in camere da letto ad adempiere all'attribuzione che ci rende uomini, scampati per qualche ora agli ablativi ed agli allativi dell'esistenza. Facciamo sesso, mangiamo e beviamo come topi in gabbia fino a gonfiare d'una illusoria ipertrofia d'immanenza. Ma restiamo raggelati da un'atrofia di morte. L'eccesso ci assorbe e le pupille, scatenate, sprofondate nel grasso, faticano a mettere a fuoco le cose. Il corpo è il piacere di cedere che non riusciamo a condividere e ne cerchiamo vendetta nella lebbra della satiriasi in cui sconfiggere è la vittoria degli sconfitti e la propria mistica decadenza. Pugnalatemi pure dopo mezzanotte, quando rientro a casa; usate il pene, non m'importa; così magari proverò un'altra stupida emozione e mi sveglierò e vi restituirò con piacere il favore. Infondo l'eccitazione della morte uccide chi ha già ucciso e, anche se non c'è stata sentenza o misfatto, dalla nascita, siamo tutti solo degli ipocriti e degli assassini.

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