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    De.licio.us

    di nodirection (20/07/2008 - 15:59)

    porcellane sulle scansie, dentro cerchi di polvere, affondate come papere; stanze sconvolte dall'arredamento. La morte è ovunque, ma non si fa notare. E' ordinaria e marrone come i petali appassiti dei fiori delle mazze di san Giuseppe che si animano e fuggono via dall'ombra quando un auto sfreccia vicino sull'autostrada. Soffre di catatonia; ripete le parole ed i nostri gesti. E' familiare, e sembra esistere e rinascere da sempre. E mentre lei sta ferma come una pianta carnivora, tutti noi invece ruotiamo, anzi siamo oggetti di rivoluzione, soggetti di rivolte mai risolutive; e, nonostante questo, la nostra parte assente, quella che cerchiamo di supplire con l'essere per gli altri, non muta mai, come i fori che rimangono nel sughero delle bacheche quando si estraggono le puntine, come le cattive abitudini. Così ci sgretoliamo insieme alle nostre attività, crolliamo e bruciamo come gli affetti e ciò che non può essere oggetto di appartenenza, e contagiamo tutto di una mutevolezza che somiglia alla direzione del vento, ad una tovaglia che s'impigli rovesciando posate e piatti, ad un virus che infesti casualmente e senza distinzione ogni infiorescenza. Nessuno ha il diritto di giudicare, ma infondo è una costrizione: ogni pensiero che ci facciamo sugli altri rientra in una categoria di stati d'animo che si distinguono per poche sfumature: vergogna per se stessi e violenza, invidia e amor proprio. Ciascuno di noi è un piccolo insieme, identico agli altri. Siamo destinati a rimanere disgiunti: per assurdo proprio queste braccia che possiamo alzare, così piene di autocoscienza, consentono d'intersecare solo concetti che non si riconoscono perché non abitano gli stessi tetti e non fanno le stesse esperienze; perché non esiste unicità. Tu, come lei, se sarai fortunata, un giorno diventerai una signora anziana, composta sulla sedia, la schiena dritta ed i lobi delle orecchie sformati da buccole pesanti; terrai aperto un borsello fra mani rugose e malferme ed osserverai, attraverso una tasca plastificata, ormai annerita, la foto rovinata, in bianco e nero, della tua gioventù; tuo marito invece, come me, soffrirà d'incontinenza, e, per strada, incapace di tenerla, ti lascierà il braccio alla ricerca di un cortile in cui pisciare, dietro un albero, fra l'erba alta, dove un muro incrocia un muro, sgocciolando storto sulla punta delle scarpe. I passanti non ti addirizzeranno il tiro, non fermeranno il getto. E' un quadro desolante, che fa sorridere ed intenerire solo per consolazione. Sento rabbia per tutto ciò che si muove così distrattamente e sbadatamente, con tale superficialità e meraviglia ed inconsapevolezza; è disgustoso ciò che funziona ed ingrana in tanta gelatina, con tanto schifo. Provo indulgenza per la parte sinsitra del nostro cervello, per la parola e la capacità della logica; mi piace considerarla con severità e simpatia come potrei guardare un adolescente sbruffone che ne abbia combinata una più grossa del solito; disprezzo invece per la destra, per chi ci fa credere di essere in contatto con il mondo e di amarlo e di riconoscere le proprie emozioni negli occhi vuoti del gatto, negli squarci che le persone hanno sopra i denti quando provano a comunicare. Vorrei la testa piena di corpo calloso così non avrei paura ad ogni scambio e tutto sarebbe impersonale ed insonorizzato ed impermeabile. Ma forze invisibili ci piovono addosso come radiazioni, campi di grano si accorciano mentre passa la trebbiatrice, ed un occhio è posseduto dalla vista solo dove la realtà si deforma, come la luce è acqua in un pozzo soltanto quando cade un sasso, come i madonnari che increspano le pietre col gessetto. Perchè certe cose le puoi vedere a patto che qualcosa le infranga e ne puoi percepire solo quello che c'è in più come la muta di un serpente, l'apparenza che qualcuno o qualcosa le ha conferito temporaneamente; mentre l'essenza giace e striscia via e tace. Ciò che si concreta in un'esistenza è qualche rapido giro bagnato di una forma sopra un tornio. Si può illuminare, vestire, addobbare, spargere e tritare; si può scappare, dipingere e modellare, ma mai del tutto, mai in via definitiva; si possono lasciare le lumache chiuse a purgare in una cassa di legno per giorni e giorni, ma non troveremo neppure uno scheletro quando andremo a tirarle fuori per cucinarle. Siamo come gocce: non restiamo che per poco sui cofani delle macchine dopo un temporale; e quanto più ogni cosa sembra bianca ed innocente e vicina a svanire, tanto più si macchierà di rosso. Le luci si spengono sempre e i sogni sono riconoscibili inganni fluorescenti o fosforescenti, agenti anonimi portatori di colore. Ma le cose non gli somigliano affatto, non fluttuano nello spazio; tendono a divergere su direzioni singolari dopo essersi scontrate e non danno mai più nell'occhio, ed il vuoto continua a soffrire come l'aria che esce vibrando dal foro di un pallone. Noi stiamo nel mezzo e conviviamo come il marinaio col timone, il macchinista con la locomotiva, e ci illudiamo che un'anima un po' più grande stia oltre una pura pulsione sessuale, sia di più del possesso e dell'uso e della consunzione. Ma in tutta coscienza credo che l'immortalità sia un concetto che ci piace travisare privando quella dell'immanenza cui è connaturata perché calza perfettamente nello spazio di ciò che ha vita: è semplicemente chi mangia e ciò che abbiamo mangiato; chi raccoglie se abbiamo raccolto, è la mano che ha maneggiato; e la nostra urgenza in fin dei conti è la crescenza che ci annienta di ciò che abbiamo fatto e non saremo più.

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